L’IA nella PA italiana in breve

  • L’Intelligenza Artificiale sta entrando nella Pubblica Amministrazione italiana in un momento particolare, proprio mentre si chiude la stagione delle risorse straordinarie del PNRR e la macchina pubblica si avvicina a un’ondata di pensionamenti senza precedenti.
  • Nel 2025, stando ai dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence, il mercato italiano dell’IA ha raggiunto 1,8 miliardi di euro (+50% in un anno) e la PA ne rappresenta il 19%
  • Secondo la Ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, il 57% del tempo di lavoro dei dipendenti pubblici è potenzialmente automatizzabile: supporto alle decisioni (45%) e gestione documentale (41%) sono i primi ambiti di beneficio

All’interno di questo articolo, a cura dell’Osservatorio Agenda Digitale, approfondiamo il mercato dell’IA e il peso che vi ha la domanda pubblica, le attività per cui le amministrazioni la stanno effettivamente utilizzando, le infrastrutture su cui poggia, come funziona in un caso concreto e quali nodi restano da sciogliere.

Quanto pesa la Pubblica Amministrazione nel mercato dell’Intelligenza Artificiale

Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence, nel 2025 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, con una crescita del +50% rispetto all’anno precedente. Dentro questa cifra la PA pesa il 19% del totale ed è uno dei segmenti che ha accelerato di più, anche grazie all’occasione offerta dal PNRR, che ha reso disponibili risorse straordinarie per la digitalizzazione fino a giugno 2026.

La composizione dell’offerta spiega perché la domanda pubblica sia cresciuta così. I sistemi conversazionali e di analisi dei testi rappresentano la fetta più ampia del mercato, il 39%, spinti dalle applicazioni di Generative AI sulle knowledge base documentali: manuali, normative, documentazione di supporto. È esattamente il terreno su cui la PA produce e consuma valore.

Con la conclusione del Piano la sfida si sposta sulla continuità. Senza un piano strategico nazionale di finanziamento, il rischio è che l’accelerazione degli ultimi anni si fermi proprio quando le amministrazioni iniziano a capire come usare l’AI.

Perché l’IA è strategica per la PA

Le stime dell’Osservatorio Agenda Digitale indicano che il 57% del tempo di lavoro dei dipendenti pubblici italiani è impiegato in attività potenzialmente automatizzabili con l’AI.

Non è una stima di posti di lavoro a rischio, ma la misura di quanto spazio ci sia per liberare tempo in un settore che, di personale, ne ha già troppo poco. La macchina pubblica italiana è infatti sottodimensionata e anziana: solo l’8% della popolazione attiva lavora nel settore pubblico, contro una media europea del 12%, e l’età media dei dipendenti è di 50 anni. Nei prossimi cinque anni circa 700.000 persone andranno in pensione. In queste condizioni l’IA non sostituisce lavoro, ma serve a mantenere gli attuali livelli di erogazione dei servizi con meno personale disponibile.

L’obiettivo, in altri termini, è affiancare a ogni dipendente pubblico agenti artificiali che assorbano le attività ripetitive e standardizzabili, liberando tempo per ciò che richiede giudizio, assunzione di responsabilità e relazione con cittadini e imprese.

L’IA nella Pubblica Amministrazione in Italia

Le funzioni su cui l’Intelligenza Artificiale sta già dando risultati nelle amministrazioni che hanno avviato sperimentazioni sono principalmente due:

  • il supporto alle decisioni (45% degli enti);
  • il miglioramento della gestione documentale (41%).

Dietro a questi due grandi ambiti, gli usi concreti sono riconducibili a poche famiglie applicative.

  • Assistenza e orientamento al cittadino: assistenti conversazionali che rispondono in linguaggio naturale su bandi, scadenze, procedure e servizi.
  • Elaborazione documentale intelligente: istruttoria delle pratiche, classificazione delle istanze, estrazione di dati da moduli e allegati.
  • Supporto agli operatori di back office: analisi preparatoria e ricerca normativa svolte dall’IA, con la decisione che resta in capo alla persona.
  • Analisi predittiva e ottimizzazione: programmazione dei servizi, allocazione delle risorse e gestione della domanda a partire dai dati amministrativi.
  • Accessibilità dei contenuti: sintesi, semplificazione del linguaggio amministrativo e traduzione multilingua, leve dirette di inclusione.

Sono tutte attività a elevata intensità documentale e ripetitiva. Non a caso è qui che il rapporto tra investimento in AI e beneficio si dimostra più immediato.

Quanto sono maturi i progetti di IA nella Pubblica Amministrazione

ai-pubblica-amministrazione-2026

Sui singoli progetti l’Italia si difende bene. Degli oltre 400 progetti di AI in ambito pubblico censiti a livello internazionale dall’Osservatorio nel 2025, solo il 43% è pienamente operativo e produce benefici concreti per dipendenti, cittadini o imprese. Il 21% resta invece allo stadio di annuncio e il 37% è in fase di Proof of Concept. L’Italia fa meglio della media, con il 49% dei progetti operativi, il 26% annunciati e il 25% in PoC.

Il segnale è incoraggiante, ma far funzionare le singole applicazioni è diverso dal trasformare il modo in cui un’amministrazione eroga i propri servizi. Perché l’IA produca un impatto strutturale servono processi ripensati, competenze adeguate, coordinamento tra enti e capacità di misurare gli effetti prodotti.

Come afferma Giuliano Noci, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale, durante il Convegno dei risultati di Ricerca dell’Osservatorio, “La PA italiana deve sfruttare appieno le opportunità offerte dall’IA. Per riuscirci, è innanzitutto necessario ripensare in chiave digitale i processi di erogazione dei servizi pubblici. Occorre poi investire nella qualificazione delle competenze dei dipendenti affiancandoli con agenti capaci di automatizzare le attività ripetitive e supportare le decisioni complesse, consentendo alle persone di concentrarsi su compiti a maggior valore aggiunto. È inoltre fondamentale rafforzare il coordinamento tra le PA e tra queste e il settore privato. Infine, bisogna dotarsi di sistemi efficaci di misurazione degli impatti, per garantire che gli interventi contribuiscano a ridurre, e non ad ampliare, le disuguaglianze dei nostri territori”.

Su quali infrastrutture si basa l’AI adottata dalla PA

Nella classifica dei Paesi europei più digitalizzati, costruita sugli indicatori della Digital Decade 2030, l’Italia occupa il 23esimo posto su 27. Si tratta però di una classifica costruita su dati fermi al 2024. Nel frattempo il Paese, grazie al PNRR, si è dotato di quello che si può definire un vero e proprio “sistema operativo” pubblico, fatto di basi dati condivise, piattaforme nazionali, interoperabilità e Cloud. All’interno di questi ambiti, in diversi casi l’Italia è sopra la media europea.

L’ANPR è adottata da tutti i Comuni e consente di scaricare autonomamente quindici certificati anagrafici; il Fascicolo Sanitario Elettronico è attivo in tutte le Regioni, anche se non ancora pienamente interoperabile; PagoPA ha gestito centinaia di milioni di pagamenti per oltre 400 miliardi di euro transati; l’App IO è stata scaricata da oltre 42 milioni di italiani; SPID è nelle mani di 41 milioni di cittadini, con 1,3 miliardi di utilizzi nel 2025. La Piattaforma Digitale Nazionale Dati mette a disposizione oltre 13.000 eService, usati più di un miliardo di volte. Sul Cloud, oltre 13.000 enti hanno presentato piani di migrazione e più di 8.000 li hanno completati.

Sono questi dataset, questi servizi esposti via API e questa capacità di interoperare a rendere possibile un’IA pubblica utile. Purtroppo, la disponibilità di un servizio non equivale al suo utilizzo: sull’offerta di servizi pubblici digitali l’Italia ha compiuto un balzo notevole, ma solo il 61% degli utenti internet interagisce online con la PA, contro una media europea del 75%.

Il caso Me.Toscana

Un esempio concreto è Me.Toscana, il portale lanciato dalla Regione Toscana a fine 2025 e analizzato dall’Osservatorio Agenda Digitale. Il punto di partenza era la frammentazione dei canali digitali: chi doveva muoversi tra sanità, concorsi, pagamenti e politiche del lavoro si trovava davanti a una molteplicità di siti scollegati. La risposta è stata un punto unico di accesso, personalizzato e sicuro.

La componente di AI è l’assistente virtuale “Chiedilo a Me“, un sistema sperimentale di Intelligenza Artificiale Generativa che risponde con linguaggio naturale su bandi, concorsi, eventi e servizi regionali, attingendo esclusivamente a fonti ufficiali della Regione e mostrandone sempre la provenienza. Il valore replicabile del caso sta però anche nelle criticità affrontate. L’integrazione con i sistemi preesistenti ha richiesto un framework di orchestrazione agnostico rispetto ai modelli linguistici. È stato quindi necessario costruire un modello organizzativo per la gestione dei contenuti e l’addestramento dell’Intelligenza Artificiale della piattaforma, e presidiare la compliance con GDPR, CAD e AI Act.

Quali sono i rischi dell’AI da presidiare nella PA

Man mano che le sperimentazioni si moltiplicano, emergono diversi nodi che determineranno l’impatto effettivo dell’IA nella PA.

  • Strategie ancora immature rispetto agli acquisti: il rischio più diffuso è avviare acquisti e sperimentazioni senza una strategia che definisca quali processi si vogliono ripensare e con quali obiettivi. Delle 18 Regioni e Province Autonome analizzate dall’Osservatorio Agenda Digitale, 13 non hanno ancora una strategia specifica sull’AI, mentre 12 hanno già acquistato soluzioni sul mercato.
  • Misurazione degli impatti quasi assente: solo 8 Regioni si sono dotate di strumenti per monitorare risultati e impatti dei sistemi di IA. Senza misurazione non si distingue un intervento che riduce le disuguaglianze da uno che le amplia.
  • Compliance da presidiare per progetto: GDPR, CAD e AI Act definiscono un perimetro che va verificato caso per caso. Trasparenza sulle fonti, tracciabilità delle risposte e guardrail sul comportamento degli agenti sono ciò che rende un servizio affidabile.
  • Centralità della persona: finché la tecnologia non garantirà robustezza nei processi complessi, l’approccio human-in-the-loop resta necessario. Le decisioni che incidono su diritti e prestazioni restano in capo a persone.
  • Shadow AI e competenze: si parla di Shadow AI quando i dipendenti utilizzano strumenti di Intelligenza Artificiale non forniti né autorizzati dall’organizzazione. Nella PA, dove si trattano informazioni personali e sensibili, è un tema che pesa più che altrove. Servono linee guida chiare su cosa è consentito e con quali strumenti, insieme alla formazione. Su questo fronte il segnale è positivo, con 15 delle 18 amministrazioni analizzate che hanno avviato iniziative per il personale.
  • Continuità delle risorse: con la fine del PNRR viene a mancare un piano straordinario di finanziamento e non esiste oggi un piano strategico nazionale per lo sviluppo dell’AI. Si tratta del rischio più concreto di battuta d’arresto.

Cosa serve adesso alla Pubblica Amministrazione

L’AI non è, per la Pubblica Amministrazione italiana, un’opzione tecnologica tra le tante. È lo strumento che può permettere a una macchina pubblica sotto pressione demografica di continuare a erogare servizi, e di erogarli meglio. Le fondamenta ci sono: piattaforme nazionali, dati condivisi, interoperabilità, un mercato dell’offerta in crescita, e casi che dimostrano che si può fare.

Ciò che manca, in molti casi, è l’anello intermedio: strategie chiare, processi ripensati anziché semplicemente informatizzati, competenze diffuse, coordinamento tra amministrazioni e con il privato, e sistemi di misurazione capaci di dire se stiamo andando nella direzione giusta. È su questo, più che sulla tecnologia, che si giocherà il “nuovo mondo” post PNRR.

Lascia un commento

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate