L’upskilling è il processo con cui un lavoratore potenzia le proprie competenze per rispondere all’evoluzione del proprio ruolo, senza cambiarlo
Il reskilling è invece un processo di riqualificazione più profondo, che porta una persona ad acquisire competenze nuove per ricoprire un ruolo diverso da quello attuale
Nel 2025, secondo l’Osservatorio HR Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, il 75% delle organizzazioni italiane ha avuto difficoltà ad assumere nuovo personale, con il principale ostacolo rappresentato dal reperimento di candidati in possesso delle competenze ricercate; allo stesso tempo, quasi la metà delle aziende nel campione della Ricerca non effettua alcuna mappatura interna delle competenze disponibili
In questo articolo esploriamo cosa si intende per upskilling e reskilling, quali differenze li distinguono e perché stanno diventando leve strategiche irrinunciabili per le organizzazioni. Partendo da una definizione chiara dei due concetti, analizziamo le grandi trasformazioni del mondo del lavoro che rendono urgente agire sulle competenze, attraverso i dati di Ricerca dell’Osservatorio HR Innovation.
Cosa si intende per upskilling
L’upskilling (letteralmente “miglioramento delle competenze”) è il processo attraverso cui un lavoratore acquisisce nuove abilità o approfondisce quelle già possedute per rispondere all’evoluzione del proprio ruolo o per affrontare nuove responsabilità all’interno della stessa area professionale.
Si parla di upskilling, ad esempio, quando un professionista delle risorse umane impara a utilizzare strumenti di people analytics, quando un commerciale sviluppa competenze di Social Selling, o quando un manager acquisisce capacità di leadership ibrida per guidare team distribuiti. Il punto di partenza è una competenza già esistente; l’obiettivo è portarla a un livello superiore, adeguarla alle nuove esigenze del contesto.
L’upskilling è quindi una risposta all’evoluzione del ruolo, non alla sua scomparsa. È un investimento che rafforza il valore professionale del collaboratore e allo stesso tempo aumenta la capacità dell’organizzazione di affrontare i cambiamenti in corso.
Cosa si intende per reskilling
Il reskilling (o “riqualificazione professionale”) è invece un processo più profondo e trasformativo: consiste nell’acquisizione di un set di competenze sostanzialmente nuovo, necessario per svolgere unruolo differente da quello attuale.
Si parla di reskilling quando un addetto alle attività amministrative viene formato per occuparsi di data entry e analisi dati, quando un operatore di linea viene riqualificato per supervisionare sistemi automatizzati, o quando un profilo tradizionale viene riconvertito verso ruoli emergenti nell’ambito dell’IA generativa o della cybersecurity. In questo caso, non si tratta di arricchire un patrimonio di competenze esistente, ma di costruirne uno nuovo, spesso destinato ad essere applicato in aree completamente diverse.
Il reskilling aziendale è diventato urgente soprattutto alla luce dell’impatto dell’automazione e dell’Intelligenza Artificiale su alcune categorie di lavoro, in particolare quelle caratterizzate da attività ripetitive e altamente codificabili. Permettere alle persone di transitare verso nuovi ruoli, anziché lasciarle indietro, è una scelta che ha implicazioni etiche, organizzative e competitive al tempo stesso.
Qual è la differenza tra upskilling e reskilling
Sebbene i due termini vengano spesso usati in modo intercambiabile, esistono differenze sostanziali che vale la pena chiarire.
Dimensione
Upskilling
Reskilling
Obiettivo
Potenziare competenze esistenti
Acquisire competenze nuove per un ruolo diverso
Punto di partenza
Ruolo attuale da evolvere
Ruolo da abbandonare o trasformare radicalmente
Intensità del cambiamento
Progressiva
Più profonda e discontinua
Contesto tipico
Evoluzione tecnologica del ruolo
Automazione, obsolescenza di funzioni
Esempio
Un HR analyst che impara il Machine Learning
Un operatore di call center riconvertito al Customer Experience Design
In molti casi, le due leve vengono utilizzate in modo complementare all’interno di programmi di formazione continua strutturati: l’upskilling preserva e valorizza il capitale umano esistente, il reskilling lo rinnova e lo rende più resiliente.
Cosa sono le hard skill e le soft skill
Parlare di upskilling e reskilling significa inevitabilmente interrogarsi su quali competenze sviluppare e quali aggiornare. Per rispondere a questa domanda, è necessario partire da una distinzione fondamentale: quella tra hard skill e soft skill.
Le hard skill sono competenze tecniche, specifiche e misurabili, direttamente legate all’esecuzione di un compito o all’utilizzo di uno strumento. Includono, ad esempio, la conoscenza di un linguaggio di programmazione, la capacità di analizzare bilanci finanziari, la padronanza di un software gestionale o la certificazione in una determinata metodologia di project management. Sono competenze che si acquisiscono attraverso percorsi formativi strutturati e che possono essere verificate in modo oggettivo.
Le soft skill, invece, sono competenze trasversali, relazionali e comportamentali. Esempi sono la capacità di comunicare efficacemente, di collaborare in team eterogenei, di gestire il conflitto, di pensare in modo critico, di adattarsi al cambiamento, di esercitare leadership. Sono più difficili da misurare, ma spesso più determinanti nel distinguere un professionista eccellente da uno mediocre.
In un contesto di accelerazione tecnologica come quello attuale, la distinzione tra le due categorie sta diventando ancora più strategica. Se alcune hard skill rischiano di essere parzialmente o completamente superate dall’Intelligenza Artificiale, le soft skill – più difficilmente automatizzabili – acquistano un valore crescente. Il pensiero critico, la capacità di dare significato al lavoro, la gestione delle emozioni, la creatività e la collaborazione non sono replicabili da nessun modello linguistico, per quanto sofisticato.
Le organizzazioni più avanzate stanno imparando a trattare entrambe le dimensioni in modo integrato: non è possibile costruire percorsi di reskilling efficaci senza lavorare contemporaneamente sulle competenze tecniche necessarie per il nuovo ruolo e su quelle trasversali che possono permettere di facilitare la transizione.
Future of work: quali sono le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro
Il tema delle competenze va collocato all’interno di un quadro più ampio di trasformazione del mondo del lavoro, quello che gli esperti chiamano future of work.
Quattro grandi forze stanno convergendo simultaneamente.
La transizione demografica: le popolazioni in età lavorativa si stanno riducendo in molti Paesi occidentali, mentre cresce la quota di lavoratori senior che restano nel mercato più a lungo. Gli effetti si sentono già oggi: secondo i dati dell’Osservatorio HR Innovation, nel 2026 il 75% delle organizzazioni ha avuto difficoltà strutturali nel trovare e assumere personale, con carenze che riguardano sia le competenze tecniche che quelle trasversali.
L’Intelligenza Artificiale: l’AI sta modificando in modo profondo la natura delle attività lavorative, con effetti che riguardano trasversalmente tutti i settori, comprese le attività cognitive di medio e alto livello. Il World Economic Forum stima che entro il 2030 il 39% delle competenze attuali dovrà essere trasformato e che il 59% della forza lavoro globale dovrà affrontare percorsi di upskilling o reskilling.
Eppure, a oggi, in Italia, siamo lontani da questi obiettivi. Come spiegato da Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation, durante il Convegno dei risultati di Ricerca:
“Nei fatti, le aziende italiane sembrano oggi investire poco in questa trasformazione, quasi sottovalutassero la profondità di impatto dell’AI. Più che la sostituzione dell’umano e l’impatto sull’occupazione, il rischio concreto è l’incapacità di far evolvere il modello operativo delle organizzazioni, restando ancorati a una visione dell’AI come semplice strumento operativo, senza prepararsi al futuro del lavoro”.
La crisi del benessere: il mercato del lavoro è attraversato da una crisi di senso e di coinvolgimento. Nel 2026 i livelli di engagement restano molto bassi, le dimissioni volontarie si attestano intorno al 40% e solo il 15% dei lavoratori si dichiara pienamente coinvolto nel proprio lavoro. Segnali che le organizzazioni non possono ignorare se vogliono attrarre e trattenere talenti, e su cui la direzione HR ha un ruolo determinante.
La formazione e il gap nello skill mapping: Nonostante l’urgenza, le organizzazioni faticano a strutturare risposte adeguate. Meno della metà delle aziende non effettua alcuna forma di assessment delle competenze interne: senza sapere da dove si parte, qualsiasi strategia di sviluppo rischia di essere approssimativa o inefficace. Eppure i dati dell’Osservatorio mostrano che le pratiche HR con il maggiore impatto sull’engagement sono proprio l’opportunità di formarsi e la valorizzazione delle competenze interne.
In questo contesto, secondo l’Osservatorio HR Innovation le competenze diventano sempre più “la nuova valuta”, il vero strumento di scambio nel rapporto tra individuo e organizzazione.
Perché upskilling e reskilling sono strategici
A fronte delle trasformazioni viste finora, emerge come investire in upskilling e reskilling sia una necessità strategica per le organizzazioni che vogliono rimanere competitive. Le ragioni sono molteplici. Vediamo di seguito le principali.
Affrontare la scarsità di talenti: in un contesto di talent shortage strutturale, trovare nuove risorse con le competenze giuste è sempre più difficile e costoso. Sviluppare internamente le competenze di cui si ha bisogno diventa spesso più efficiente che cercarle all’esterno.
Ridurre l’obsolescenza professionale: le competenze hanno oggi un ciclo di vita sempre più breve. Investire nella rigenerazione continua del portafoglio di competenze delle persone è l’unico modo per evitare che una parte crescente del capitale umano diventi meno idoneo a contribuire allo sviluppo dell’organizzazione.
Aumentare engagement e retention: i lavoratori che percepiscono di avere opportunità di crescita e sviluppo sono più motivati, più produttivi e meno propensi ad abbandonare l’organizzazione. La formazione non è solo un costo, ma anche uno strumento potente di employer branding e fidelizzazione.
Governare la transizione verso l’IA: l’Intelligenza Artificiale sta ridisegnando attività, processi e ruoli. Le organizzazioni che si dotano di programmi strutturati di upskilling e reskilling sono in grado di gestire questa transizione in modo proattivo, trasformando un rischio in un’opportunità.
Costruire organizzazioni più resilienti: una forza lavoro con competenze aggiornate e flessibili è naturalmente più capace di adattarsi a cambiamenti improvvisi, crisi di mercato e disruption tecnologiche.
Come costruire una strategia efficace di reskilling e upskilling
Alla luce di quanto emerso, costruire una strategia efficace di upskilling e reskilling richiede un approccio che integri più livelli di intervento.
Mappare le competenze in modo sistematico: il primo passo è capire cosa si ha. Un assessment strutturato delle competenze presenti in azienda, aggiornato con regolarità e applicato all’intera popolazione aziendale, non solo a nicchie selezionate. Le tecnologie disponibili oggi (inclusi strumenti abilitati dall’AI) consentono di farlo in modo scalabile e a costi accessibili.
Definire una visione strategica delle competenze future: non basta sapere dove si è, occorre capire dove si vuole andare. Quali competenze serviranno nei prossimi tre-cinque anni? Quali ruoli emergeranno? Quali rischiano di diventare obsoleti? Rispondere a queste domande richiede un dialogo stretto tra la funzione HR e il business.
Progettare percorsi personalizzati: la formazione “a pioggia” non funziona. I percorsi più efficaci sono quelli costruiti a partire dai gap reali di ogni persona o categoria professionale, modulati sulle esigenze del ruolo e del contesto, e capaci di combinare apprendimento tecnico e sviluppo delle competenze trasversali.
Coinvolgere i manager come protagonisti: la Ricerca dell’Osservatorio evidenzia come il ruolo del manager stia attraversando una trasformazione profonda: da supervisore tecnico a facilitatore di senso, da esperto a orchestratore di team ibridi. I manager sono i principali agenti di cambiamento nei processi di reskilling, ma devono essere supportati, formati e dotati degli strumenti adeguati per esercitare questo ruolo.
Misurare l’impatto, non solo l’output: la valutazione dei programmi di formazione deve andare oltre le ore di training erogate. Ciò che conta è la trasformazione reale dei comportamenti, l’evoluzione effettiva delle competenze e il loro impatto sull’organizzazione. L’AI può aiutare a farlo in modo più preciso e continuo.
Qual è il ruolo dell’age management
Qualsiasi strategia di upskilling e reskilling che non tenga conto della composizione anagrafica della forza lavoro rischia di essere incompleta. In un contesto di invecchiamento demografico e allungamento della vita lavorativa, le organizzazioni si trovano per la prima volta a gestire simultaneamente cinque generazioni (dai Baby Boomer alla Generazione Alpha) ciascuna con aspettative, stili di apprendimento e relazioni con la tecnologia profondamente diversi.
I dati dell’Osservatorio mostrano che questa diversità è ancora scarsamente presidiata. Soloun terzo dei lavoratori over 50 si sente valorizzato all’interno della propria organizzazione, e le iniziative di sviluppo dedicate alle generazioni più senior rimangono una priorità per una minoranza di aziende. Un’occasione mancata, considerando che si tratta spesso delle persone con il maggior patrimonio di esperienza e conoscenza nell’organizzazione.
Un approccio maturo all’age managementsignifica differenziare i percorsi in funzione delle esigenze specifiche di ogni fase della vita lavorativa, progettare format che abbassino le barriere all’adozione tecnologica per i profili più senior, e valorizzare il trasferimento intergenerazionale di competenze attraverso strumenti come il mentoring e il reverse mentoring.
Tramite il nostro Cookie Center, l'utente ha la possibilià di selezionare/deselezionare le singole categorie di cookie che sono utilizzate sui siti web.
Per ottenere maggiori informazioni sui cookie utilizzati, è comunque possibile visitare la nostra COOKIE POLICY
Cookie tecnici (strettamente necessari)
I cookie tecnici sono necessari al funzionamento del sito web perché abilitano funzioni per facilitare la navigazione dell'utente, che per esempio potrà accedere al proprio profilo senza dover eseguire ogni volta il login oppure potrà selezionare la lingua con cui desidera navigare il sito senza doverla impostare ogni volta.
Cookie analitici
I cookie analitici, che possono essere di prima o di terza parte, sono installati per collezionare informazioni sull'uso del sito web. In particolare, sono utili per analizzare statisticamente gli accessi o le visite al sito stesso e per consentire al titolare di migliorarne la struttura, le logiche di navigazione e i contenuti
Cookie di profilazione e social plugin
I cookie di profilazione e i social plugin, che possono essere di prima o di terza parte, servono a tracciare la navigazione dell'utente, analizzare il suo comportamento ai fini marketing e creare profili in merito ai suoi gusti, abitudini, scelte, etc. In questo modo è possibile ad esempio trasemettere messaggi pubblicitari mirati in relazione agli interessi dell'utente ed in linea con le preferenze da questi manifestate nella navigazione online.