Robotica e sicurezza sul lavoro in breve

  • La sicurezza sul lavoro è uno dei driver principali che spingono le aziende a adottare soluzioni robotiche, spesso indipendentemente dalla convenienza economica immediata.
  • Sempre più robot verranno in futuro impiegati per svolgere attività fisicamente gravose, pericolose o logoranti al posto delle persone, riducendo l’esposizione a rischi concreti.
  • Con la robotica collaborativa il robot non sostituisce l’operatore, ma lavora al suo fianco nello stesso spazio.
  • Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Robotics della School of Management del Politecnico di Milano, quasi un’azienda su due considera la sicurezza un KPI rilevante nella valutazione dei progetti robotici. Il 70% delle aziende che stanno esplorando gli umanoidi lo fa principalmente per ragioni di sicurezza, per spostare sulla macchina i lavori più pesanti, pericolosi o logoranti.

Attraverso le ricerche dell’Osservatorio Innovative Robotics, in questo articolo esploreremo come la robotica sta trasformando la sicurezza sul lavoro, in quali contesti trova le applicazioni più significative, quanto pesa nelle decisioni di investimento e quali aspetti organizzativi e normativi le aziende devono affrontare.

Come la robotica può proteggere i lavoratori

I contesti in cui la robotica viene adottata principalmente per ragioni di sicurezza sono quelli caratterizzati da condizioni ambientali difficili o da attività che espongono le persone a rischi elevati.

Luoghi confinati, ambienti in quota, aree con esposizione a sostanze pericolose, cantieri navali, impianti di gestione di acqua ed energia sono tutti scenari in cui mandare un robot al posto di un essere umano non è una scelta di efficienza, ma di tutela delle persone.

Come ha raccontato durante il Convegno annuale dell’Osservatorio a.Quantum, società del gruppo ACEA specializzata in soluzioni innovative, la decisione di sviluppare soluzioni robotiche è nata direttamente dall’esigenza di proteggere i propri lavoratori in ambienti ad alto rischio, dove le soluzioni tradizionali non erano sufficienti.

Un caso emblematico è quello di Fincantieri, gruppo cantieristico navale, che ha avviato una collaborazione con una startup specializzata in soluzioni umanoidi. La scelta di esplorare questa tipologia di robot risponde a una caratteristica specifica del cantiere navale. I lavori si svolgono all’interno delle navi in costruzione, in ambienti non lineari, con scale e spazi pensati per le persone.

In questo contesto non esiste un form factor robotico tradizionale in grado di muoversi efficacemente, e l’umanoide diventa l’unica soluzione praticabile per automatizzare operazioni che oggi richiedono la presenza fisica di lavoratori in condizioni difficili.

I dati dell’Osservatorio Innovative Robotics parlano chiaro: la sorveglianza, il pattugliamento e l’adozione in ambienti ostili sono tra gli ambiti applicativi in più rapida crescita.

Si tratta di contesti in cui la presenza umana è rischiosa o fisicamente impraticabile, e in cui i robot, grazie alle capacità di percezione e navigazione autonoma abilitate dall’Intelligenza Artificiale, riescono a operare in modo autonomo e continuativo.

Quanto pesa la sicurezza nelle decisioni di investimento

La sicurezza è uno dei pochi driver capaci di sbloccare investimenti anche quando il ritorno economico non è immediatamente giustificabile.

Proprio in ambito di investimenti in sicurezza, secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Robotics, il miglioramento della sicurezza e dell’ergonomia è rilevato come beneficio concreto dal 49% delle aziende che hanno già investito in robotica: quasi un’azienda su due.

Un dato significativo, soprattutto se si considera che alcune imprese dichiarano di aver portato avanti il progetto proprio per ragioni di sicurezza, anche quando il business case non tornava secondo i parametri tradizionali.

In questo ambito, il caso di Brembo, leader nei sistemi frenanti, è particolarmente illustrativo. L’azienda ha, infatti, approvato un investimento in robotica legato esclusivamente all’ergonomia, con un tempo di rientro stimato tra i sei e i sette anni, ben oltre i parametri di valutazione tradizionalmente usati per i progetti industriali.

La decisione è stata possibile proprio perché le aziende più mature stanno imparando a valutare i progetti robotici con un set di driver più ampio, che include la sicurezza delle persone, l’ergonomia e la disponibilità di forza lavoro, accanto ai tradizionali indicatori economici.

Come cambia la relazione tra operatore e robot

L’introduzione della robotica collaborativa richiede un ripensamento profondo del modo in cui operatori e macchine condividono gli spazi di lavoro. I robot collaborativi, i cosiddetti cobot, sono progettati per lavorare fianco a fianco con le persone, riducendo i carichi fisici e supportando operazioni ripetitive o ergonomicamente critiche.

Secondo i dati 2025-2026 dell’Osservatorio Innovative Robotics, i cobot cresceranno dal 25% al 34% di adozione entro il 2028, confermando un interesse concreto per questo tipo di soluzioni.

Questo cambiamento non è privo di implicazioni. La convivenza sicura tra operatori e robot richiede sistemi capaci di rilevare la presenza umana, modulare la propria velocità e forza, e interrompere le operazioni in caso di rischio.

Richiede anche nuove competenze da parte degli operatori, che devono imparare a interagire con macchine che si comportano in modo meno prevedibile rispetto ai robot industriali tradizionali. Come evidenziato dall’Osservatorio, uno degli ostacoli più citati dalle aziende è proprio la carenza di figure tecniche specializzate capaci di programmare, riconfigurare e gestire queste soluzioni in modo autonomo.

Il tema della riprogrammazione è centrale: un robot collaborativo che deve adattarsi a processi variabili ha valore solo se l’azienda è in grado di riconfigurarlo con rapidità, senza dipendere ogni volta da competenze esterne. Alcune soluzioni di mercato puntano proprio a semplificare le interfacce di programmazione per rendere accessibile la riprogrammazione anche a operatori non specializzati, abbassando una delle barriere più concrete all’adozione.

Quali aspetti normativi e organizzativi vanno gestiti

L’introduzione della robotica in azienda non riguarda solo la tecnologia: apre una serie di questioni organizzative, normative e relazionali che le imprese devono affrontare in modo strutturato.

Secondo i dati 2025-2026 dell’Osservatorio Innovative Robotics, il 51% delle aziende che non adottano soluzioni robotiche indica il contesto normativo e di mercato come principale freno.

All’interno di questo dato, la grande maggioranza di questi indica specificamente il quadro regolatorio come un limite: alcune sperimentazioni non riescono a passare a progetti operativi perché non c’è chiarezza sulle norme che disciplinano il funzionamento dei robot in ambienti condivisi con le persone.

Sul fronte organizzativo, l’introduzione della robotica apre temi che vanno ben oltre la gestione tecnica: privacy dei lavoratori, applicazione del Data Act, relazioni sindacali e ridefinizione dei contratti di lavoro sono aspetti che le aziende si trovano a dover affrontare contestualmente all’adozione delle soluzioni.

In ambito sanitario, le barriere normative assumono un peso ancora maggiore. La sovrapposizione tra la Medical Device Regulation e l’AI Act crea un quadro complesso in cui i robot medici devono superare processi di certificazione onerosi, con costi di sviluppo e produzione che risultano particolarmente penalizzanti per le realtà più piccole.

Il problema dei dati clinici aggiunge un ulteriore strato di complessità. A differenza di altri settori, i dati necessari ad addestrare algoritmi per applicazioni sanitarie sono disponibili ma non organizzati, spesso non annotati, e soggetti a vincoli di privacy che rendono difficile la condivisione tra istituzioni.

Quali sono i vantaggi e gli scenari futuri dell’integrazione tra Robotica e sicurezza sul lavoro

Le aziende che hanno già introdotto robotica con una finalità esplicita di sicurezza riferiscono risultati concreti, ma anche l’emergere di nuove sfide. Da un lato, il miglioramento dell’ergonomia e la riduzione degli infortuni sono tra i benefici più citati e più facilmente misurabili.

Dall’altro, l’adozione comporta inevitabilmente una trasformazione delle competenze richieste: alcune attività vengono automatizzate, ma cresce la domanda di figure in grado di progettare, implementare e manutenere i sistemi robotici.

L’Osservatorio Innovative Robotics sottolinea come questa transizione non si traduca necessariamente in una perdita netta di posti di lavoro, ma in una profonda ridefinizione del profilo professionale ricercato. Una trasformazione che, come sottolinea l’Osservatorio, richiede investimenti sistemici in formazione e riqualificazione.

Nel caso di Brembo, ad esempio, la difficoltà di allocare personale su certi tipi di lavoro, in un contesto di forza lavoro con età media elevata, ha reso la robotica non solo una scelta di sicurezza, ma una risposta a una criticità strutturale che il solo mercato del lavoro non era in grado di risolvere.

Come detto anche da Luca Dozio, direttore dell’Osservatorio: “La tecnologia è pronta, ora tocca alla filiera fare la sua parte, evolvendo modelli di lavoro e competenze per tradurre questo potenziale in progetti concreti”.

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