I cobot in breve

  • Un cobot (robot collaborativo) è un robot industriale progettato per lavorare a fianco delle persone e, in alcune condizioni, condividere con loro lo spazio di lavoro
  • Il fatto che un robot sia collaborativo non significa che ogni suo utilizzo sia automaticamente sicuro. La sicurezza dipende da come vengono progettati e organizzati il robot, l’utensile, il pezzo lavorato e l’intera area di lavoro.
  • Il mercato italiano della robotica, secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Robotics della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2025 vale 3,5 miliardi di euro. Nel prossimo triennio le aziende che adottano soluzioni di robotica passeranno dal 28% al 36%. Nello stesso orizzonte, la quota dei cobot nelle intenzioni di investimento passa dal 25% al 34%.

Questo articolo spiega che cos’è un robot collaborativo, in che cosa si distingue da un robot industriale tradizionale e come si costruisce concretamente la sicurezza dell’interazione uomo-robot. Chiude con i principali dati sulla dimensione del mercato e sulle prospettive di adozione in Italia.

Cos’è un cobot

Il termine “cobot” nasce dalla contrazione di “collaborative robot”, ossia “robot collaborativo”. L’Osservatorio Innovative Robotics lo definisce come un robot industriale progettato per operare in condizioni di prossimità fisica con l’operatore umano, grazie all’integrazione di funzioni di limitazione della potenza e della forza che ne garantiscono la sicurezza d’interazione.

Nella pratica industriale indica quasi sempre un braccio antropomorfo di piccola o media taglia. Rispetto ai robot industriali tradizionali, questi sistemi sono generalmente più compatti, più semplici da riprogrammare e più adatti a produzioni caratterizzate da lotti ridotti o frequenti cambi di attività.

I primi progetti di robot collaborativi risalgono alla seconda metà degli anni Novanta. La loro diffusione industriale è però avvenuta soprattutto dagli anni Duemila, grazie allo sviluppo di sensori e sistemi di controllo più evoluti e alla disponibilità di interfacce di programmazione più semplici.

La diffusione dei cobot si inserisce in un cambiamento dei processi produttivi. Le imprese devono gestire prodotti più variabili, lotti più piccoli e frequenti riconfigurazioni. In questo contesto, la possibilità di modificare più facilmente il comportamento del robot e di inserirlo negli spazi già disponibili rappresenta uno dei principali elementi di interesse.

Il cobot nasce quindi con una logica di affiancamento. Non è necessariamente pensato per sostituire l’operatore, ma per svolgere alcune attività al suo fianco, lasciandogli il controllo delle fasi che richiedono esperienza, capacità decisionale o intervento manuale.

Che differenza c’è tra cobot e robot industriale tradizionale

Come spiega l’Osservatorio,a differenza dei robot industriali tradizionali, che richiedono separazione fisica dall’ambiente di lavoro umano, i cobot sono concepiti per svolgere compiti in condivisione dello spazio operativo con i lavoratori, favorendo forme di collaborazione uomo-macchina in contesti produttivi.

Va comunque detto che il cobot non è una categoria a sé, resta un robot industriale. Ricade infatti nello stesso quadro normativo degli altri robot, con requisiti aggiuntivi legati all’interazione.

La tabella seguente sintetizza le principali differenze tipiche tra le due soluzioni.

Robot industriale tradizionaleCobot
Rapporto con l’operatoreSeparazione fisica: l’area di lavoro è interdetta durante il cicloCondivisione dello spazio, con l’operatore presente
ProtezioniRecinzioni, barriere fotoelettriche, interblocchi sulle porteFunzioni di sicurezza integrate nel robot; protezioni esterne solo se necessarie
Carichi e velocitàElevati, ottimizzati per il tempo cicloTipicamente più contenuti
IngombroCella dedicata, spesso non riconfigurabilePostazione compatta, in molti casi spostabile
ProgrammazioneLinguaggi proprietari, competenze specialisticheInterfacce grafiche e guida manuale del braccio
Logica di impiegoAlti volumi, ciclo stabile e ripetutoLotti variabili, cambi frequenti, presenza umana nel processo

Queste differenze sono indicative e non rappresentano regole assolute. Un cobot può essere integrato in una cella tradizionale, mentre un robot industriale convenzionale può essere utilizzato in applicazioni che prevedono forme di interazione, purché siano adottate misure di sicurezza adeguate.

Quali sono le modalità di collaborazione uomo-robot

La norma tecnica di riferimento è la serie ISO 10218 per la sicurezza dei robot e delle applicazioni robotiche. La sicurezza delle applicazioni collaborative si basa però su una combinazione di funzioni del robot, dispositivi esterni, caratteristiche dell’utensile e procedure operative.

Al suo interno si riconoscono quattro modalità, combinabili tra loro.

  • Arresto monitorato di sicurezza: il robot si ferma quando l’operatore entra nello spazio collaborativo e riparte quando esce. È la modalità più semplice e più diffusa.
  • Guida manuale: l’operatore muove fisicamente il braccio per posizionarlo o per programmarlo. Usata per manipolazione assistita di carichi pesanti.
  • Monitoraggio di velocità e separazione: il robot rallenta man mano che l’operatore si avvicina e si arresta quando la distanza scende sotto il limite di sicurezza previsto.
  • Limitazione di potenza e forza: il robot può anche entrare in contatto con l’operatore, ma la potenza, la forza e l’energia trasferibile sono limitate per ridurre il rischio di lesioni.

Per controllare la posizione dell’operatore si possono usare sensori esterni al robot, come scanner laser, telecamere o tappeti sensibili. Per controllare il movimento e la forza del robot si usano invece soprattutto sensori interni, come quelli che misurano la coppia sui giunti o lo sforzo dei motori.

In una stessa applicazione possono essere presenti entrambe le tipologie di sensori. Per esempio, il robot può rallentare quando una persona si avvicina e arrestarsi se entra in una determinata area. Allo stesso tempo, i sensori interni possono rilevare un contatto o una resistenza anomala. La configurazione deve essere definita attraverso la valutazione dei rischi.

Contribuiscono alla sicurezza anche le caratteristiche fisiche del sistema, come superfici arrotondate, masse contenute e assenza di punti di schiacciamento.

Perché la sicurezza dipende anche dall’applicazione

Il fatto che un robot sia collaborativo non significa che possa essere utilizzato sempre senza barriere. La necessità di adottare recinzioni o altre protezioni dipende dall’intera applicazione: oltre al robot, vanno considerati l’utensile, il pezzo movimentato, la velocità di lavoro, il layout della cella e le attività svolte dall’operatore. Per esempio, una pinza con spigoli vivi o un pezzo pesante può rappresentare un rischio anche quando il braccio robotico è progettato per applicazioni collaborative.

Ne discendono tre implicazioni operative.

  1. La valutazione dei rischi si fa sulla cella completa, includendo robot, utensile, pezzo movimentato, layout, software e procedure operative.
  2. Spesso il risultato non è “barriere sì / barriere no”, ma una configurazione mista: velocità ridotta in alcune fasi, protezioni locali in altre.
  3. Sicurezza e produttività devono essere valutate insieme. Le soglie di forza e le limitazioni di velocità possono incidere sul tempo ciclo. Se il ritorno all’investimento del business case è presente solo quando il cobot si muove alla massima velocità, occorre verificare se la configurazione, il processo o il livello di interazione debbano essere ripensati.

L’edizione 2025 della ISO 10218 ha integrato nel corpo normativo i contenuti della specifica tecnica ISO/TS 15066, dedicata proprio alle applicazioni collaborative, consolidando in un unico riferimento i requisiti di sicurezza per i robot collaborativi. Sul fronte europeo, il Regolamento Macchine (UE) 2023/1230 sostituisce la Direttiva Macchine e si applica a partire dal 20 gennaio 2027, con attenzione esplicita ai sistemi che integrano software e funzioni adattive.

Quanto vale il mercato e come cresceranno i cobot in Italia

Nel 2025 il mercato italiano della robotica, secondo l’Osservatorio Innovative Robotics, è pari a 2,2 miliardi di euro considerando le sole spese in conto capitale (CapEx), e raggiunge 3,5 miliardi di euro includendo anche le spese operative(OpEx).

Il 28% delle aziende italiane utilizza oggi soluzioni di robotica, con una spesa annua che varia da 700 mila euro per le grandi imprese a 160 mila euro per le piccole. Secondo le proiezioni indicate dall’Osservatorio, la quota di aziende che utilizza soluzioni robotiche può raggiungere il 36% entro il 2028.

Il parco installato resta dominato dalla robotica tradizionale (l’82% delle aziende che adottano soluzioni dichiara di possedere almeno un manipolatore robotico tradizionale). Guardando però alle intenzioni di investimento per il prossimo triennio, i robot collaborativi vedranno la loro diffusione crescere dall’attuale 25% ad un potenziale 34%, mentre i robot mobili autonomi dal 24% al 30% e gli umanoidi dal 3% all’11% entro il 2028.

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Perché cresce l’interesse verso i cobot

L’interesse verso i robot collaborativi si lega soprattutto alla possibilità di automatizzare attività in contesti caratterizzati da maggiore variabilità, lotti ridotti e frequenti cambi di prodotto. In tali casi, rispetto a una soluzione altamente specializzata, il cobot può offrire maggiore flessibilità e può essere riconfigurato più facilmente.

Un ulteriore elemento di interesse è la possibilità di inserire il cobot in ambienti produttivi già esistenti, senza dover riprogettare interamente la linea o lo spazio di lavoro. L’integrazione richiede comunque una valutazione tecnica e di sicurezza, ma può risultare meno complessa rispetto alla realizzazione di una nuova cella automatizzata.

I manipolatori tradizionali restano quindi la spina dorsale dell’automazione industriale italiana; la crescita delle soluzioni collaborative riguarda soprattutto quei processi in cui, oltre alla produttività, contano la flessibilità, la sicurezza e la possibilità di affiancare gli operatori nelle attività più ripetitive, pesanti o rischiose.

In questa prospettiva, il cobot non è soltanto uno strumento per automatizzare un’attività, ma una tecnologia che può distribuire il lavoro tra persona e macchina. Il robot svolge le operazioni più ripetitive o gravose, mentre l’operatore mantiene un ruolo di supervisione, gestione e controllo del processo.

Resta il tema delle competenze. Un cobot semplifica la programmazione, ma non elimina la necessità di saper condurre una valutazione dei rischi, dimensionare correttamente l’applicazione e manutenere il sistema. Servono inoltre competenze di integrazione e personale in grado di coinvolgere gli operatori, formarli e accompagnarli nell’utilizzo della tecnologia.

È su questo, più che sulla tecnologia, che si gioca la differenza tra un progetto pilota e un’automazione che entra stabilmente in produzione.

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