La robotica studia, progetta e realizza macchine capaci di svolgere compiti in modo autonomo o semi-autonomo, secondo un ciclo continuo di percezione, elaborazione e azione.
Da tecnologia di nicchia riservata alle grandi catene di montaggio è diventata una disciplina trasversale, oggi accessibile anche alle piccole e medie imprese. Le applicazioni spaziano da manifattura e logistica all’ispezione di ambienti pericolosi, dall’agricoltura all’assistenza alla persona e alla formazione.
Tra le aziende italiane che hanno investito in robotica il 75% registra un aumento della produttività del lavoro e il 65% un miglioramento della qualità dei processi.
Il mercato italiano, secondo l’Osservatorio Innovative Robotics della School of Management del Politecnico di Milano, vale 3,5 miliardi di euro e l’adozione è attesa in crescita dal 28% al 36% delle imprese entro il 2028.
Nel seguente articolo, a cura dell’Osservatorio Innovative Robotics, approfondiremo cos’è la robotica e da dove nasce, come funziona un robot, quali sono le principali applicazioni e i vantaggi per le imprese, cosa si intende per robotica innovativa e a che punto è oggi il mercato italiano.
Cos’è la robotica
La robotica è la disciplina che progetta, costruisce e governa macchine in grado di svolgere compiti nel mondo fisico senza un controllo umano diretto, o con un controllo solo parziale. È un campo per sua natura ibrido, in cui convergono meccanica, elettronica, informatica e, sempre più, Intelligenza Artificiale.
Quando si parla di robot, è bene ricordare che non ci si riferisce soltanto agli umanoidi. La robotica comprende infatti sistemi molto diversi tra loro: bracci robotici industriali, robot collaborativi, robot mobili autonomi, macchine per la logistica, esoscheletri, dispositivi per la riabilitazione e sistemi dotati di sensori e software capaci di interagire con l’ambiente fisico.
Ciò che accomuna le soluzioni appena viste e le distingue un robot da una qualsiasi macchina automatica sono due caratteristiche: la riprogrammabilità, cioè la possibilità di cambiarne il compito senza ricostruirlo, e la capacità di agire sull’ambiente sulla base di ciò che rileva attraverso i propri sensori. Una macchina utensile ripete un ciclo fisso; un robot, in linea di principio, può fare cose diverse in momenti diversi e tenere conto di quello che gli succede intorno.
In ambito industriale questo si traduce in impianti che automatizzano lavorazioni ripetitive, gravose o rischiose, con benefici in termini di efficienza, costanza qualitativa e sicurezza degli operatori. Ma il perimetro si è allargato molto: la robotica è oggi una tecnologia trasversale, che tocca la logistica, l’agricoltura, i servizi e la vita quotidiana.
Quando nasce la robotica
La parola “robot” nasce a teatro, non in fabbrica. La conia lo scrittore ceco Karel Čapek nel dramma “R.U.R.” del 1920, a partire da “robota”, termine che indica il lavoro pesante e servile. I robot della pièce, infatti, sono creature artificiali costruite per lavorare al posto degli uomini.
Il termine “robotica” arriva una ventina d’anni dopo con i racconti di Isaac Asimov, che negli anni Quaranta formula anche le celebri tre leggi destinate a regolare il comportamento delle macchine nei suoi romanzi:
un robot non può recare danno a un essere umano, né restare inerte mentre un essere umano subisce un danno;
un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché non siano in contrasto con la prima legge;
un robot deve proteggere la propria esistenza, purché ciò non contrasti con la prima e con la seconda legge.
Regole nate per la narrativa, che però continuano a essere citate ogni volta che si discute di responsabilità e sicurezza dei sistemi autonomi.
Il salto dalla letteratura all’industria avviene nel 1961, quando Unimate, un braccio meccanico ideato da George Devol e portato sul mercato insieme a Joseph Engelberger, entra in uno stabilimento General Motors del New Jersey per movimentare pezzi metallici appena usciti dalla pressofusione. Non è un dettaglio che il primo robot industriale della storia debutti su una lavorazione pericolosa per gli operatori, ma una costante che attraversa tutta l’evoluzione successiva.
Negli anni Settanta il microprocessore rende i robot più flessibili da programmare e meno costosi, e l’automotive diventa il settore apripista anche in Italia, con i primi sistemi di saldatura automatizzata delle scocche introdotti negli stabilimenti Fiat alla fine del decennio. Dagli anni Novanta la robotica comincia a uscire dalla cella chiusa e protetta: arrivano i robot mobili e di servizio e, dalla fine degli anni Duemila, i primi robot collaborativi pensati per lavorare accanto alle persone.
Come funziona un robot
Al di là delle differenze di forma e di impiego, tutti i robot funzionano secondo lo stesso schema: raccolgono informazioni sull’ambiente, le trasformano in decisioni e traducono quelle decisioni in movimento. Capire come funziona ciascun anello aiuta a vedere sia dove si fermava la robotica tradizionale, sia cosa cambia con l’intelligenza artificiale.
1. Percezione
I sensori sono gli organi di senso della macchina:
le telecamere e i sistemi di visione artificiale permettono di riconoscere gli oggetti e individuarne la posizione;
i sensori laser (lidar) ricostruiscono la geometria tridimensionale dello spazio circostante;
i sensori di forza e coppia misurano la pressione esercitata durante la manipolazione, evitando che il robot schiacci ciò che sta afferrando;
i sensori tattili rilevano contatto, consistenza e texture.
Presi singolarmente, questi strumenti restituiscono informazioni parziali. Nei sistemi più avanzati lavorano insieme, e dalla loro combinazione nasce una rappresentazione della scena molto più ricca di quanto ciascun sensore potrebbe fornire da solo.
2. Elaborazione
L’elaborazione è il cervello del sistema, un’unità di controllo che riceve i dati sensoriali, li interpreta e genera i comandi da inviare agli attuatori.
Nei robot tradizionali, questa fase è rigidamente pre-programmata: il robot esegue una sequenza di istruzioni definita a priori, senza capacità di adattamento. Se però un oggetto è leggermente fuori posizione rispetto a quanto previsto dal programma, il robot fallisce il compito.
Nei sistemi più moderni, l’unità di controllo incorpora algoritmi di Machine Learning e visione artificiale che permettono di interpretare l’ambiente in modo flessibile, riconoscere variazioni e prendere decisioni in tempo reale.
3. Azione
L’azione è la fase in cui il robot interviene fisicamente sull’ambiente, attraverso attuatori – tipicamente motori elettrici – che muovono le articolazioni del braccio robotico, le ruote di un robot mobile o le dita di una mano artificiale. La precisione non dipende solo dalla qualità meccanica del sistema, ma anche dalla capacità del controllo di correggere in corsa gli scostamenti rispetto all’obiettivo, chiudendo il cerchio con la percezione.
A questi tre elementi fondamentali si aggiunge, nei sistemi più evoluti, la capacità di apprendimento. Il robot non si limita a eseguire ciò che è stato programmato, ma migliora le proprie prestazioni nel tempo attraverso l’esperienza (reale o simulata) accumulata durante il funzionamento. Ed è proprio su questo quarto elemento che si gioca oggi il salto tra robotica tradizionale e robotica innovativa.
Quali sono le principali applicazioni della robotica
La robotica trova applicazione in un numero crescente di settori, ben oltre i contesti industriali che ne hanno segnato la nascita. Ecco le aree di utilizzo principali, dalle più consolidate a quelle emergenti.
Manifattura e industria: è il dominio storico della robotica. Comprende ad esempio saldatura, verniciatura, assemblaggio, movimentazione dei materiali e controllo qualità, con velocità e precisione superiori a quelle umane. Oggi è diffusa nel settore dell’automotive, nell’elettronica, nella farmaceutica, nel settore alimentare e in quello chimico.
Logistica e magazzino: i robot mobili autonomi (AMR) navigano tra le corsie, trasportano merci e collaborano con gli operatori. A differenza dei sistemi automatizzati tradizionali, che richiedevano infrastrutture fisse e costose, si adattano agli ambienti esistenti – una soglia di accesso più bassa anche per le aziende di medie dimensioni.
Ispezione e ambienti pericolosi: ponti, condotte, impianti industriali, aree contaminate, spazi confinati e lavori in quota: qui il valore del robot non è primariamente economico, ma legato alla sicurezza delle persone.
Agricoltura: robot per la raccolta selettiva, droni per il monitoraggio delle colture e sistemi di diserbo autonomi rispondono alla scarsità di manodopera stagionale e ottimizzano l’uso di acqua e fitofarmaci.
Assistenza e cura della persona: è uno dei fronti più promettenti, dato che robot sociali e umanoidi sono sperimentati per l’assistenza agli anziani, la stimolazione cognitiva e il supporto motorio alle persone con disabilità. Qui l’interazione conta quanto la precisione meccanica.
Formazione ed educazione: nelle scuole e nelle università i kit robotici sono uno strumento didattico per insegnare programmazione, pensiero computazionale e problem solving in modo concreto. In azienda, i robot diventano banchi di prova per l’addestramento del personale tecnico, mentre nei laboratori di ricerca sono la piattaforma su cui si sviluppano e si validano i nuovi algoritmi.
Edilizia e infrastrutture: è un settore ancora poco automatizzato, in cui iniziano a comparire macchine per la posa di mattoni, la stampa 3D di elementi strutturali, la demolizione controllata e il rilievo automatico dei cantieri.
Quali sono i vantaggi della robotica
Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Robotics, tra le aziende italiane che hanno già investito in robotica i benefici più monitorati sono i seguenti.
Aumento della produttività del lavoro (75% dei rispondenti): i robot operano in modo continuo, senza pause e senza cali di attenzione, massimizzando il rendimento degli impianti.
Miglioramento della qualità dei processi (65%): la ripetibilità dell’automazione garantisce che ogni pezzo rispetti gli stessi standard, eliminando la variabilità legata all’intervento umano e riducendo gli scarti.
Miglioramento della sicurezza e dell’ergonomia (49%): i robot possono operare in ambienti pericolosi, tossici o fisicamente gravosi, allontanando le persone dalle condizioni di rischio.
Riduzione dei costi di produzione (40%): meno scarti e rilavorazioni, meno fermi impianto e un impiego più efficiente di materiali ed energia.
Capacità di acquisizione e analisi dei dati (27%): ogni ciclo di lavoro diventa una fonte di informazioni utili a monitorare e ottimizzare il processo.
Flessibilità di processo (26%) e di volume (22%): la possibilità di riconfigurare la produzione al variare della domanda o del mix di prodotti.
A questi benefici misurabili se ne aggiunge uno meno immediato ma strategicamente rilevante: la robotica libera il capitale umano da compiti ripetitivi e a basso valore aggiunto, permettendo di reindirizzarlo verso attività che richiedono giudizio, creatività e relazione. Se accompagnato da adeguati percorsi di riqualificazione, questo processo può innalzare il livello medio delle competenze in azienda e consolidare la posizione competitiva nel tempo.
Cos’è la robotica innovativa
Accanto alla robotica tradizionale, fatta di sistemi rigidi, pre-programmati e confinati in ambienti strutturati, si sta affermando un paradigma profondamente diverso, quello della robotica innovativa.
Secondo l’Osservatorio Innovative Robotics, la robotica innovativa è il campo che riguarda la progettazione, lo sviluppo e la gestione di sistemi robotici intelligenti, capaci di operare in modo autonomo e collaborativo con esseri umani e altri robot, in contesti produttivi e sociali.
A distinguerla è l’integrazione di tecnologie abilitanti come l’Intelligenza Artificiale, la sensoristica avanzata e l’apprendimento automatico. Grazie a queste, i sistemi robotici riescono ad adattarsi a condizioni operative variabili, a elaborare ragionamenti complessi e a interagire con l’ambiente in modo non predeterminato. Possono così affrontare non solo compiti ripetitivi, ma anche attività non strutturate, con impatti potenziali su efficienza, qualità e sicurezza dei processi.
Al centro di questa trasformazione c’è il concetto di Physical AI, un’AI che si incorpora in macchine fisiche capaci di percepire l’ambiente, comprendere le leggi della fisica e agire su di esso in modo adattivo.
Quali sono le tipologie di robot di nuova generazione
Il passaggio alla robotica innovativa non riguarda solo il software, cambia anche l’aspetto fisico delle macchine. Se il simbolo della robotica tradizionale è il braccio meccanico chiuso dentro una gabbia di protezione, i sistemi più avanzati sono pensati per stare nello stesso spazio delle persone. Vediamo di seguito i principali.
Cobot: robot collaborativi, progettati per lavorare fianco a fianco con le persone in sicurezza.
AMR (Autonomous Mobile Robot): robotmobili autonomi, capaci di navigare in ambienti non strutturati.
Esoscheletri: dispositivi indossabili che aumentano le capacità fisiche dell’operatore.
Robot umanoidi: per forma e mobilità si prestano a operare in spazi progettati per l’uomo, senza richiedere costose riconfigurazioni degli ambienti.
Come adottare la robotica innovativa in azienda
Adottare la robotica innovativa significa partire da un problema concreto del processo aziendale, non dalla scelta di una specifica macchina. L’azienda dovrebbe individuare un’attività in cui intervenire, per esempio una lavorazione rischiosa o ripetitiva, una difficoltà nel reperire personale, un limite di qualità o la necessità di aumentare la flessibilità.
Dopo aver definito gli obiettivi, è utile avviare un progetto pilota in un contesto reale, misurando non solo produttività e costi, ma anche sicurezza, ergonomia, qualità e possibilità di estendere la soluzione ad altri processi. Questo approccio consente di capire se la tecnologia è effettivamente adatta all’ambiente e di costruire un percorso graduale dal prototipo alla piena operatività.
La sicurezza dei robot: quali sono i problemi
Quando si parla di sicurezza dei robot, il primo aspetto da considerare è il rischio fisico. Un robot può muovere carichi, utensili o componenti a velocità e con forze difficili da gestire per una persona. I rischi più comuni riguardano urti, schiacciamenti, intrappolamenti, tagli, cadute di oggetti e movimenti imprevisti. La valutazione non deve riguardare soltanto il robot, ma l’intero sistema. Anche l’utensile montato sul braccio, il materiale movimentato, l’ambiente di lavoro e le modalità di interazione con gli operatori possono modificare il livello di rischio.
Il problema diventa più complesso quando il robot opera in uno spazio condiviso con le persone. Un robot collaborativo, infatti, non è automaticamente sicuro solo perché è stato progettato per lavorare accanto agli operatori. La sicurezza dipende dall’applicazione concreta e richiede una valutazione dei rischi specifica. In base al contesto, il sistema può utilizzare un arresto controllato, la guida manuale, il monitoraggio della distanza tra persona e robot oppure la limitazione della velocità, della potenza e della forza. Anche in questi casi, la presenza di un utensile appuntito, caldo o tagliente può rendere pericolosa un’applicazione che, considerata soltanto dal punto di vista del braccio robotico, sembrerebbe collaborativa.
Quanto è diffusa la robotica in Italia
Il mercato italiano della robotica, secondo la Ricerca dell’Osservatorio Innovative Robotics, nel 2025vale 3,5 miliardi di euro.La spesa delle imprese italiane per la robotica ammonta a 2,2 miliardi di euro considerando le sole spese in conto capitale, che salgono a 3,5 miliardi includendo anche i costi operativi ricorrenti (manutenzione e continuità operativa). La spesa media annua per impresa si attesta a 456.000 euro.
Attualmente il 28% delle aziende italiane utilizza soluzioni di robotica (44% sono grandi imprese, il 38% medie e il 18% piccole). Le prospettive parlano di una crescita graduale ma continua: due terzi di chi ha già adottato la robotica conta di investire ancora, mentre l’11% di chi oggi non la usa prevede di fare il primo passo entro il 2028, quando la quota complessiva di aziende dotate di soluzioni robotiche dovrebbe salire al 36%.
Dalla robotica tradizionale a quella innovativa
Il parco installato resta però saldamente tradizionale. Oltre otto aziende italiane su dieciche integrano soluzioni di robotica utilizzano manipolatori industriali classici. È guardando alle intenzioni di investimento per il prossimo triennio che si intravede il cambio di passo. I cobot sono attesi in crescita dal 25% al 34% di adozione, gli AMR dal 24% al 30%, e gli umanoidi dal 3% all’11% entro il 2028.
Come si è detto, però, la tipologia da sola non basta. Ciò che qualifica la robotica innovativa è l’integrazione con AI, sensoristica evoluta e apprendimento continuo. Ed è proprio su questo fronte che arriva il segnale più interessante: tra le imprese che investiranno in robotica nel 2026, quasi una su tre metterà in conto soluzioni che integrano AI, sensoristica evoluta e apprendimento continuo, con una spesa media pianificata di circa 183.000 euro. Cifre ancora contenute rispetto al mercato complessivo, ma sufficienti a segnalare un interesse concreto.
Dove si usano i robot
Sul fronte applicativo, la robotica è oggi concentrata su:
processamento (60%);
movimentazione e trasporto (43%);
presa e assemblaggio (40%).
Nel prossimo triennio, l’interesse si sposta verso ambiti nuovi:
il controllo qualità, favorito anche dallo sviluppo dei software di visione artificiale basati su AI;
applicazioni legate alla sicurezza sul lavoro, alla sorveglianza e pattugliamento, al supporto fisico e alla riabilitazione.
Quali sono le barriere all’adozione della robotica
Tra le aziende che oggi non utilizzano robot e non prevedono di farlo nei prossimi tre anni, le ragioni principali sono tre.
Un contesto normativo e di mercato non ancora pronto (51% dei casi): è la barriera più citata. Pesano l’assenza di una definizione legale univoca di “robot”, la frammentazione del quadro regolatorio e la mancanza di standard dedicati. Tutto ciò, insieme alla difficile gestione della sicurezza, si traduce in alti costi di conformità.
I costi elevati: è una barriera che riguarda soprattutto per le piccole imprese, unita all’impossibilità di ricondurre i propri processi alle soluzioni disponibili sul mercato.
La difficoltà di costruire business case convincenti: è invece il freno principale per le grandi imprese per avviare gli investimenti.
Carenza di competenze specialistiche: progettare, integrare e mantenere sistemi robotici intelligenti richiede figure professionali oggi difficili da reperire sul mercato del lavoro, e altrettanto difficili da formare internamente in tempi brevi.
La robotica può essere una soluzione al calo di manodopera?
Sei aziende italiane su dieci riconoscono nella robotica una possibile risposta concreta al calo di manodopera atteso nei prossimi decenni, per l’effetto combinato dell’invecchiamento demografico e della denatalità.
La stessa logica emerge guardando agli umanoidi. Tra chi sta valutando di investirci, il 70% lo fa per la possibilità di affidare loro attività rischiose, ripetitive o logoranti, il 15% per compensare la crescente mancanza di addetti alla produzione e il 5% per sostituire lavoratori specializzati vicini alla pensione.
Più che una perdita netta di posti di lavoro, l’esito atteso è uno spostamento delle competenze. Alcune mansioni verranno inevitabilmente automatizzate, mentre cresce la domanda di chi progetta, implementa e mantiene i sistemi robotici. Una transizione che richiede investimenti in formazione e riqualificazione.
Come ha osservato Giovanni Miragliotta,Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovative Robotics, durante il convegno dei risultati di Ricerca, “I sistemi robotici innovativi sono sempre più capaci di operare nel mondo reale: in magazzini non strutturati, in ambienti in cui la presenza umana è rischiosa, negli spazi pubblici, negli ospedali e nelle case. Essi non rappresentano solo una leva di competitività, ma una risposta concreta alla scarsità di lavoratori che in taluni comparti le imprese stanno già iniziando ad avvertire. Sarà un cambiamento graduale, ma centrale per difendere la competitività dell’industria italiana, con necessità di nuovi investimenti e nuove competenze”.
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