Il digital divide in breve
- Nel contesto della Trasformazione Digitale, l’Italia affronta il digital divide, una frattura che va oltre la semplice mancanza di connessione internet e attraversa il tessuto sociale ed economico del Paese
- Il divario digitale rappresenta una delle principali barriere all’equità sociale, economica e politica, creando disuguaglianze sempre più marcate tra chi ha accesso alle opportunità digitali e chi ne rimane escluso
- Il gap nelle competenze digitali, noto come digital skills gap, rappresenta uno dei principali ostacoli alla Trasformazione Digitale
- La presenza di barriere legate alle competenze digitali, ai limiti infrastrutturali, ai costi e alle resistenze culturali condiziona la capacità delle PMI di adottare tecnologie avanzate e processi di innovazione
- Il PNRR offre risorse e opportunità storiche per colmare il digital divide, ma servono azioni rapire per trasformare gli investimenti in progresso
In questo articolo, a cura degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, analizzeremo il fenomeno del digital divide in Italia: dalle sue definizioni alla posizione del nostro Paese rispetto agli altri Paesi europei, passando per i divari infrastrutturali e culturali che attraversano il tessuto economico e sociale. Esploreremo in particolare il gap che separa le PMI dalle grandi imprese nell’adozione delle tecnologie digitali, il nodo critico delle competenze digitali, e le opportunità offerte dal PNRR per costruire un’Italia più inclusiva e competitiva.
Cos’è il Digital Divide
Il termine digital divide, traducibile in italiano come “divario digitale“, identifica la separazione tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e chi ne è privo.
Tuttavia, questa definizione apparentemente semplice nasconde una realtà ben più complessa e articolata.
Il divario digitale si manifesta attraverso diverse dimensioni che interagiscono tra loro creando forme di esclusione multiple. Da un lato esiste una dimensione infrastrutturale, legata alla disponibilità fisica delle connessioni necessarie per accedere alla rete. Dall’altro emerge una dimensione cognitiva e culturale, che riguarda il possesso delle competenze e della consapevolezza necessarie per utilizzare efficacemente le tecnologie digitali.
Digital divide infrastrutturale
Il digital divide infrastrutturale riguarda le aree del territorio nazionale non ancora coperte da connessioni internet adeguate. Nonostante i progressi degli ultimi anni, persistono zone dove l’accesso alla banda larga o ultralarga è limitato o assente. Questo problema riguarda sia le aree interne e montane, sia le periferie delle grandi città, generalmente meno fornite a livello infrastrutturale rispetto ai centri urbani.
Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, circa il 41% delle PMI italiane non è servito da connessioni FTTH (Fiber to the Home), evidenziando come il problema infrastrutturale riguardi non solo i cittadini ma anche le imprese, con ricadute dirette sulla competitività del sistema economico.
Digital divide culturale
Il digital divide culturale si manifesta nella scelta di non utilizzare il digitale o di farne un uso limitato e basilare, nonostante la disponibilità di connessione. Questa “non scelta” ha spesso radici profonde in condizioni di svantaggio socio-culturale preesistenti: scarsa scolarizzazione, età avanzata, isolamento sociale. I dati evidenziano come in Italia molti cittadini, pur potendo accedere fisicamente alla rete, non lo facciano per mancanza di competenze, diffidenza verso la tecnologia o semplicemente perché non ne percepiscono i vantaggi.
Ciò si ripercuote, seppure in modo diverso, anche all’interno delle aziende. Un esempio significativo di questo divario culturale emerge dall’adozione del lavoro agile: secondo la Ricerca dell’Osservatorio Smart Working, nel 2025 si riduce il numero dei lavoratori da remoto nelle PMI, a differenza delle grandi imprese e delle PA. Tale ritardo culturale si traduce in uno svantaggio competitivo concreto nella capacità di attrarre nuovi talenti e trattenere i dipendenti esistenti.
Come si posiziona l’Italia nel digital divide nel contesto europeo
Per comprendere la posizione dell’Italia nel panorama europeo della digitalizzazione, è fondamentale analizzare i dati del Digital Decade 2025, il rapporto della Commissione Europea pubblicato nel giugno 2025 che monitora i progressi dei Paesi membri verso gli obiettivi digitali 2030.
Secondo il rapporto della Commissione Europea, l’Italia ha compiuto progressi notevoli nel potenziamento delle infrastrutture digitali e dei servizi pubblici digitali, ma continua ad affrontare sfide significative nell’adozione dell’AI e nella crescita delle startup, pur mantenendo una posizione leader nelle tecnologie strategiche come Quantum e semiconduttori.
Il Paese mostra un livello sostanziale di ambizione nel suo contributo al Digital Decade, avendo fissato 14 target nazionali, il 79% dei quali allineati con i target UE 2030. L’Italia sta seguendo molto bene le sue traiettorie con il 100% di esse sulla buona strada (considerando le traiettorie 2024 definite per 7 indicatori chiave su 8 analizzati).
Le criticità persistenti: AI ed ecosistema startup sottosviluppato
Nonostante questi progressi, persistono criticità significative in aree chiave. Solo l’8,2% delle imprese italiane ha adottato soluzioni di AI nel 2024, ben lontano dall’obiettivo nazionale del 60% (già inferiore al target europeo del 75%) e dalla media UE del 13,5%.
Un dato particolarmente preoccupante riguarda l’ecosistema delle startup innovative. L’Italia conta solo 9 unicorni nel 2024 – appena uno in più rispetto all’anno precedente – contro i 286 dell’intera UE. Il target nazionale di 16 unicorni entro il 2030 appare ambizioso ma necessario per colmare questo divario strutturale.
Il PNRR come opportunità storica per il Paese
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta per l’Italia una chiamata senza precedenti alla Trasformazione Digitale. Come evidenziato dall’Osservatorio Agenda Digitale nella sua edizione 2024, con 48 miliardi di euro complessivi dedicati al digitale – il 30% di tutte le risorse europee per la digitalizzazione nel Next Generation EU – l’Italia ha a disposizione risorse mai viste prima, più di Germania (15,5 miliardi) e Francia (8,7 miliardi).
I dati più recenti al novembre 2024 confermano che l’Italia sta gestendo bene queste risorse: con 69 milestone e target già realizzati su 172 (il 40% del totale), il nostro Paese è tra i più avanti in Europa nell’attuazione della Trasformazione Digitale prevista nel PNRR. Solo Francia (67%) e Danimarca (47%) fanno meglio, ma su un numero molto inferiore di obiettivi da raggiungere.
Tuttavia, come sottolinea l’Osservatorio, “i frutti ancora non si vedono appieno”: nonostante gli sforzi per costruire basi di dati condivise, piattaforme integrate e nuove infrastrutture, serve accelerare per tradurre gli investimenti in benefici concreti per cittadini e imprese.
Il nodo delle competenze digitali e il Digital Skills Gap
Il gap nelle competenze digitali rimane il vero tallone d’Achille del nostro Paese: secondo il rapporto dell’ISTAT sull’anno 2023 siamo 23esimi per competenze digitali tra i Paesi dell’Ue. Guardando nuovamente ai dati del Digital Decade 2025 risulta che solo il 45,8% degli italiani possiede competenze digitali almeno di base, un dato drammaticamente distante dal target dell’80,1% da raggiungere entro il 2030. Le lacune riguardano in particolare le persone con livelli di istruzione inferiori, ma si estendono anche ai giovani – un target primario delle misure del PNRR in questo ambito. Anche la quota di specialisti ICT sull’occupazione totale è problematica: 4% nel 2024 contro il 5% della media UE, ben lontano dal target europeo di circa il 10% entro il 2030.
Da ciò deriva una mancanza di profili dotati di competenze digitali essenziali per affrontare la trasformazione tecnologica che sta investendo tutti i settori economici. Ma non solo: a mancare sono anche le competenze digitali specialistiche nel mercato del lavoro. Questo scenario, noto come Digital Skills Gap, rappresenta una criticità strutturale per il sistema economico italiano. Inoltre, se da un lato il mismatch tra domanda e offerta si fa sempre più ampio a causa della carenza di competenze, dall’altro lato molti professionisti si dimettono volontariamente per cercare migliori condizioni di lavoro, con particolare attenzione a flessibilità e work-life balance.
Questa carenza di competenze genera anche gravi conseguenze sul fronte della sicurezza informatica. La stragrande maggioranza dei reati informatici sono causati dal fattore umano: dipendenti non adeguatamente formati risultano più suscettibili agli attacchi di social engineering e phishing, esponendo le organizzazioni a vulnerabilità che nessuna tecnologia può compensare.
Le conseguenze di questa carenza si ripercuotono sull’intero sistema produttivo: si genera un’elevata concorrenza tra imprese per intercettare i pochi profili disponibili. In questo scenario competitivo, le PMI risultano particolarmente svantaggiate, soprattutto in una guerra al rialzo dei prezzi dove non possono competere con le offerte economiche delle grandi corporation.
Per affrontare questa emergenza, l’Italia ha adottato già a partire dal 2020 la Strategia Nazionale delle Competenze Digitali. La strategia si articola su quattro assi di intervento: Istruzione e Formazione Superiore, Forza lavoro attiva, Competenze specialistiche ICT e Cittadini.
Nonostante i progressi registrati, il monitoraggio condotto dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale insieme a Invitalia e all’Osservatorio Agenda Digitale evidenzia come gli avanzamenti non siano ancora sufficienti per raggiungere i target fissati dalla Coalizione Nazionale entro il 2026.
Quali sono le dimensioni e le principali criticità del digital divide nelle PMI
Uno degli aspetti più critici del digital divide italiano riguarda la disparità tra piccole-medie imprese e grandi organizzazioni nell’approccio all’Innovazione Digitale. Le PMI si trovano in una posizione di particolare vulnerabilità di fronte alle sfide della Trasformazione Digitale:
Secondo la ricerca 2024 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, solo il 54% delle piccole e medie imprese investe con convinzione in tecnologia, e appena il 19% adotta tecnologie avanzate in modo strutturato.
Le criticità emergono su più fronti:
- infrastrutturali: il 47% evidenzia problemi di accesso alla connettività;
- operative: l’83% dichiara difficoltà nell’adozione di strumenti digitali;
- culturali: il 44% segnala la presenza di resistenze interne alla digitalizzazione da parte dei dipendenti e dei vertici aziendali, evidenziando rilevanti lacune culturali;
- competenze: il 59% lamenta scarsa disponibilità di competenze specialistiche;
- tecnologiche e di costo: il 40% incontra criticità economiche e tecniche.
Sul fronte finanziario, quasi metà delle PMI ha sostenuto gli investimenti digitali esclusivamente con risorse proprie, mentre meno di un terzo ha utilizzato fondi pubblici nell’ultimo anno. A frenarne l’accesso sono la complessità burocratica, la difficoltà nel reperire informazioni e la scarsa propensione verso strumenti innovativi come equity, crowdfunding o minibond.
Critico anche il tema della formazione: il 38% delle PMI non considera prioritario lo sviluppo delle competenze digitali interne. Quando viene erogata, si concentra sui livelli operativi trascurando imprenditori e manager, che dovrebbero invece guidare il cambiamento. Questa mancanza di coinvolgimento dei vertici indebolisce la capacità delle PMI di adottare una visione strategica dell’innovazione. La formazione dovrebbe essere ripensata con modalità più flessibili, fruibili anche fuori dall’orario lavorativo, per facilitare davvero le realtà più piccole.
PMI e Cyber divide
L’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection evidenzia che nel 2024 il cyber divide si acuisce. Mentre il 57% delle grandi organizzazioni identifica la Cybersecurity come priorità per il 2025 e il 58% dispone di un Chief Information Security Officer, le PMI faticano drammaticamente: processi di incident response inadeguati, monitoraggio sporadico dei rischi, scarsa gestione della sicurezza dei fornitori.
AI divide
Il divario nell’Intelligenza Artificiale è ancora più marcato. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del 2024, il 59% delle grandi imprese ha progetti attivi di AI, mentre solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie imprese li ha avviati.
Con la Generative AI il divide si amplia ulteriormente: il 53% delle grandi aziende sperimenta GenAI, contro l’8% delle PMI. Come evidenziato in precedenza dal Direttore dell’Osservatorio, Alessandro Piva: “L’avvento della Generative AI non sembra tuttavia essere una via per ridurre il gap nell’adozione dell’Intelligenza Artificiale tra le grandi organizzazioni, chi è indietro nel percorso di adozione dell’AI, infatti, non riesce a trarre beneficio delle opportunità della generative AI“. Le PMI sono intrappolate in un circolo vizioso: non investono in AI perché non hanno dati strutturati, ma non strutturano i dati senza progetti AI concreti.
Big Data divide
Secondo l’Osservatorio Big Data & Business Analytics, permane una distanza significativa tra grandi aziende e piccole e medie imprese anche nella gestione dei dati. Nel 2025, l’89% delle PMI italiane ha dichiarato di svolgere attività di analisi dei dati in azienda (+10% rispetto al 2024), ma spesso in modo occasionale e senza figure specializzate. Solo una PMI su tre ha personale dedicato, mentre il 93% delle grandi imprese ha almeno due figure definibili “data expert”, che si occupano per la maggior parte del loro tempo di attività di gestione e analisi dei dati.
Nelle PMI le analisi più avanzate riguardano generalmente il controllo di gestione e sono condotte in modo continuativo da circa un’impresa su due, contro tre realtà su quattro nel caso delle grandi imprese. I progetti delle grandi imprese sono inoltre più elaborati, con sperimentazioni e progetti operativi che integrano AI e GenAI.
Infine, circa otto PMI su dieci non integrano in alcun modo le diverse fonti dati o lo fanno esclusivamente con attività manuali, tendenza che potrebbe contribuire a limitare l’adozione di tecnologie innovative come l’Intelligenza Artificiale.
Cultura dell’innovazione: Open Innovation e Smart Working
Il divario più profondo è forse quello culturale. Secondo l’Osservatorio Startup Thinking, nel 2025 l’86% delle grandi aziende italiane adotta pratiche di Open Innovation, ma tra le PMI solo il 37% fa innovazione aperta. Mentre le grandi imprese collaborano con università (58%), fanno scouting di startup (50%), organizzano hackathon e contest (29% e 35%), solo l’8% delle PMI collabora con startup e il 68% non considera nemmeno questa possibilità.
Questo ritardo culturale si manifesta, come abbiamo visto, anche nell’approccio a nuovi modelli organizzativi. Secondo l’Osservatorio Smart Working, nel 2025 il lavoro agile cresce e coinvolge 1.945.000 lavoratori nelle grandi imprese (53% del personale, +1,8% rispetto al 2024), mentre nelle PMI i lavoratori da remoto si riducono sensibilmente (-7,7%) rappresentando solo l‘8% del totale. Nelle grandi imprese sono presenti iniziative di Smart Working nel 95% delle realtà con progetti strutturati, mentre tra le PMI le adotta solo il 45% (8 punti in meno rispetto al 2024) prevalentemente attraverso una gestione informale, in cui la flessibilità deriva da accordi diretti con il responsabile.
Le conseguenze sistemiche per le PMI
Il divario digitale su più dimensioni comporta conseguenze sistemiche per le piccole e medie imprese. Il risultato è un sistema economico a due velocità, dove le PMI – pur essendo la spina dorsale dell’economia italiana – rischiano di restare escluse dalla Trasformazione Digitale e perdere progressivamente competitività.
Allo stesso tempo, la resistenza culturale si traduce in uno svantaggio competitivo concreto nell’attrarre e trattenere talenti, aggravando ulteriormente il gap di competenze.
Come affrontare il digital divide per costruire un’Italia più equa e competitiva
Il digital divide rappresenta oggi una delle sfide più urgenti per l’Italia. Non si tratta più solo di garantire l’accesso alle infrastrutture digitali, ma di costruire un ecosistema in cui tutti i cittadini e tutte le imprese – grandi e piccole – possano beneficiare appieno delle opportunità della Trasformazione Digitale.
Per costruire questo ecosistema inclusivo, è necessario agire su più fronti con interventi coordinati e strutturali. Ecco le priorità imprescindibili:
1. competenze digitali: serve un investimento massiccio e continuativo nella formazione, dalla scuola al mondo del lavoro, con particolare attenzione alle categorie più vulnerabili e alle PMI;
2. supporto alle PMI: è necessario un ecosistema di accompagnamento che includa istituzioni, università, centri di ricerca, hub territoriali di innovazione, innovation manager, startup, incubatori e acceleratori, capaci di guidare le piccole e medie imprese nel percorso di Digital Transformation;
3. cultura dell’innovazione: bisogna superare le resistenze culturali, favorendo l’adozione di nuovi modelli organizzativi come lo Smart Working, che rappresentano un fattore di attrattività per i talenti;
4. infrastrutture: completare la copertura del territorio nazionale con banda ultralarga e connessioni FTTH, con particolare attenzione alle aree interne e alle zone industriali dove operano le PMI.
Le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresentano un’opportunità storica che non può essere sprecata. I 48 miliardi dedicati alla digitalizzazione devono essere impiegati con una visione strategica che tenga conto delle specificità territoriali e settoriali, assicurando che gli interventi raggiungano anche le realtà più piccole e periferiche.
Il superamento del digital divide non è solo una questione tecnica o economica, ma una sfida etica e sociale che definirà il futuro del Paese. L’obiettivo deve essere una digitalizzazione davvero inclusiva, che riduca le disuguaglianze anziché accentuarle. Una digitalizzazione che non lasci indietro nessuno: né le piccole imprese che costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana, né i cittadini meno alfabetizzati digitalmente, né i territori più periferici.
Contenuti suggeriti dell’Osservatorio Agenda Digitale