In un contesto in cui le spese militari sono in crescita quasi ovunque (nella Fig. 1 la dinamica delle percentuali di spesa per paese) non si può non parlare di “riarmo”, chiarendo però che non si tratta di un mero aumento del numero di carri armati piuttosto che della costruzione di nuove portaerei, ma piuttosto di un profondo ed esteso adeguamento dell’arsenale bellico – in larga parte reso obsoleto dall’entrata in campo di nuove tecnologie, di nuove infrastrutture (quali la rete di satelliti di Elon Musk) e di nuovi armamenti (quali i droni), molto spesso dual-use (ovvero utilizzabili in ambiti sia civili sia militari). Un riarmo reso necessario dal fatto che, come abbiamo visto nelle più recenti guerre e come sintetizza Ernestine Fu Mak (co-fondatrice di MVA-MilVet Angels), “The battlefieldischanging ...warfareisnolongerlimitedtoland,sea,air.There’salsocyberandspacedomainsthathavebecomecontested.Thefocusismoreondeterringandcompetingwith[adversaries]intheseveryhigh-tech,multi-domainconflicts”. E disporre di una deterrenza credibile è fondamentale per un’area come l’Europa, che non appare avere il minimo desiderio di intraprendere azioni offensive, ma che – dato anche il suo livello di vita e il suo PIL fra i più alti del mondo – deve essere in grado di scoraggiare o (se attaccata) difendersi da qualunque azione offensiva condotta contro di essa.
Autonomy – un concetto utilizzato anche in altri contesti (ad esempio per auto a guida autonoma o self-drivingcar) e che si ritrova, insieme con altri concetti qui riportati, in “Silicon Valley’s new defense tech:startupsarepullingbillions in funding to challenge legacy giants” (CNBC, 2 ottobre) – fa riferimento alla capacità di un sistema o di una macchina di eseguire compiti, sotto la sola supervisione umana o in modalità del tutto autonoma, in contesti ad elevata complessità e a prevedibilità molti ridotta: in contesti cioè ove una decisione razionale sul cosa fare richiederebbe molto tempo e risentirebbe comunque della imprevedibilità.
I sistemi autonomi differiscono dagli automatici, perché questi ultimi operano in contesti strutturati e prevedibili.
Con il termine neoprimes vengono indicate negli US le startup – quale ad esempio Anduril (valutata 30,5 miliardi di $ in occasione del suo ultimo round di finanziamento) – che sfidano il dominio dei grandi fornitori storici delle forze armate (quali Lockheed Martin, Northrop Grumman, Boeing, General Dynamics e RTX), storicamente denominati per il loro controllo del mercato primes.
Fra le imprese defence tech all’attacco delle primes ci sono anche:
SpaceX, tuttora non quotata, che come detto mira a raddoppiare a 800 miliardi di $ la sua valutazione, per poi procedere probabilmente all’IPO,
Palantir, invece quotata, che ha una capitalizzazione di oltre 430 miliardi di $ che la colloca al ventiduesimo posto in assoluto e al quindicesimo tra le tech a livello globale.
Le defencestartup stanno crescendo anche in Europa, con l’arrivo crescente di capitali privati attirati dalle risorse pubbliche che verranno poste in gioco sempre più nei prossimi anni (con la Germania in prima posizione per stanziamenti – 108,2 miliardi di € per il 2026 – e startup). In un suo articolo dell’1 dicembre – “Europeisgoingona huge military spending spree – But with America now an unreliable ally, will it beenoughtocounterRussia?” – ECON offre tra l’altro un quadro di quanto sta facendo la Commissione UE, con due iniziative complementari, e di come stanno rispondendo gli Stati:
con SAFE (SecurityActionforEurope) essa ha creato un fondo di 150 miliardi di € per prestiti a basso tasso di interesse cui i Paesi membri possono accedere per investimenti in difesa, volti a coprire le criticità più urgenti e ad accrescere la capacità industriale attraverso un common procurement: 19 Paesi hanno chiesto l’accesso, con la sola Polonia che vorrebbe 43,7 miliardi;
con NEC (NationalEscape Clause) viene permesso ai Paesi membri di accrescere le proprie spese per la difesa fino al +1,5% del PIL, nei prossimi 4 anni, senza che questa sia considerata una violazione delle regole sul deficit: 16 Paesi hanno già aderito e l’ammontare complessivo potrebbe arrivare a 650 miliardi di €.
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