135mila tonnellate di eccedenze recuperate l’anno nella distribuzione alimentare, 632 mln di euro

Il 71% delle aziende del settore adotta una pratica circolare

 

  • Il 76% delle grandi imprese della distribuzione monitora le eccedenze, meno della metà tra le PMI
  • Circa il 45% delle aziende del settore fa donazioni per fini sociali, l’83% delle grandi imprese dona frequentemente
  • Il 53% delle aziende agricole adotta pratiche di agricoltura rigenerativa. Il 46% dei progetti dedicati alla biodiversità sviluppato in partnership con altre aziende o enti terzi
  • 143 milioni di dollari di finanziamenti alle startup destinati a riutilizzo e redistribuzione del cibo. Il 44% delle startup promuove tecnologie digitali contro lo spreco alimentare
  • Il packaging è una leva strategica di sostenibilità che impatta l’intero sistema alimentare

 

I dati possono essere ripresi citando come fonte l’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano e includendo il relativo link.

Da oggi è disponibile l’infografica gratuita con i dati chiave della ricerca, condivisibile attraverso l’inserimento di questo link.

 

Milano, 17 giugno 2026 – La sostenibilità si conferma una leva sempre più strategica per il sistema agroalimentare italiano: secondo la ricerca del Food Sustainability Lab e dell’Osservatorio Food Sustainability, oggi la distribuzione genera quasi 632 milioni di euro di valore sociale grazie al recupero delle eccedenze alimentari in Italia, pari a circa 135 mila tonnellate di prodotti recuperati ogni anno, mentre il 71% delle aziende del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze contro gli sprechi. Il 76% delle grandi imprese monitora le eccedenze alimentari, quota che scende al 39% tra le piccole imprese, e il 44,5% delle aziende realizza donazioni per fini sociali, con l’83% delle grandi imprese che dona con continuità.

Parallelamente cresce l’impegno ambientale delle imprese agricole: il 53% delle aziende adotta pratiche di agricoltura rigenerativa e il 46% dei progetti dedicati alla biodiversità viene sviluppato in partnership con altre aziende o enti terzi. Anche l’innovazione accelera la transizione sostenibile: 143 milioni di dollari di investimenti sono destinati a startup focalizzate sul riutilizzo e la redistribuzione del cibo per il consumo umano, in un ecosistema in cui il 44% utilizza tecnologie digitali per contrastare lo spreco alimentare.

In questo contesto, il packaging evolve da semplice elemento tecnico a leva strategica di sostenibilità, l’entrata in vigore del Regolamento PPWR sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio segna infatti un passaggio rilevante per il settore alimentare, trasformando molte leve volontarie di sostenibilità in requisiti regolatori.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano*, presentata oggi durante il convegno “Dalle regole alla visione, la sostenibilità è leva di innovazione per l’agroalimentare!”. L’Osservatorio è parte del Food Sustainability Lab, centro di conoscenza multidisciplinare sui temi dell’innovazione per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, che riunisce professori e ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta”, e del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano. L’Osservatorio è inoltre uno degli oltre 50 differenti filoni di ricerca degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management (www.osservatori.net) che affrontano tutti i temi chiave dell’Innovazione Digitale nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione.

La sostenibilità nel settore agroalimentare sta vivendo una fase di maturazione – osserva Federico Caniato, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -.  Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza del ruolo che le imprese possono svolgere nel generare valore non solo economico, ma anche ambientale e sociale. Tuttavia, il percorso di transizione resta complesso e richiede una capacità sempre maggiore di collaborazione tra gli attori della filiera, di condivisione delle informazioni e di integrazione della sostenibilità nei processi decisionali. In un contesto caratterizzato da cambiamenti normativi, pressioni sui mercati e nuove aspettative dei consumatori, la sostenibilità rappresenta sempre più una leva strategica per rafforzare la competitività e la resilienza del sistema agroalimentare”.

I risultati della ricerca mostrano un comparto che sta accelerando su diversi fronti della sostenibilità, ma con livelli di maturità ancora molto differenziati. – spiega Chiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability -. Le grandi imprese stanno investendo in strumenti di tracciabilità, tutela della biodiversità e competenze ESG, mentre per molte PMI permangono ostacoli legati ai costi, alla disponibilità di risorse e alla complessità degli adempimenti. Inoltre, la crescente attenzione delle normative europee alla trasparenza e alla rendicontazione rende sempre più centrale la capacità di raccogliere e gestire dati affidabili. È proprio su questo terreno che si giocherà una parte importante della competitività futura della filiera agroalimentare”.

Riduzione dei rifiuti alimentari nella GDO

La nuova Direttiva UE sui rifiuti segna un passaggio cruciale nelle politiche europee di prevenzione dello spreco alimentare: entro il 2030 è previsto l’obbligo di una riduzione del 10% dei rifiuti generati nella produzione e trasformazione, e del 30% pro capite di quelli provenienti dal commercio al dettaglio, dalla ristorazione, dai servizi di catering e dai nuclei familiari rispetto alla quantità media registrata nel periodo 2021-2023. Per il settore della distribuzione italiana, l’obiettivo è particolarmente sfidante. Considerando una produzione media annua di rifiuti alimentari pari a oltre 565 mila tonnellate nel periodo 2021-2023, la riduzione richiesta entro il 2030 corrisponde a circa 170 mila tonnellate annue.

Il percorso, tuttavia, è già ben avviato: la quasi totalità delle grandi insegne della GDO che pubblica un bilancio di sostenibilità ha incluso all’interno del reporting almeno una pratica volta a prevenire la generazione di eccedenze alimentari. Tra queste figurano la promozione commerciale di prodotti prossimi alla scadenza, implementata dal 41% delle aziende della distribuzione, e investimenti in sistemi avanzati di previsione della domanda e ottimizzazione delle scorte, che contribuiscono a migliorare l’efficienza gestionale e ridurre le eccedenze. La misurazione e il monitoraggio dello spreco, fondamentali per pianificare interventi mirati e strategie efficaci, rappresentano una frontiera ancora in via di consolidamento, soprattutto per le aziende di dimensione ridotta. Nel complesso, il 43% delle imprese della distribuzione dichiara di monitorare le proprie eccedenze, principalmente attraverso scansione dei codici a barre e analisi dei dati gestionali. La quota cresce sensibilmente tra le grandi imprese, raggiungendo il 76%, mentre si ferma al 39% tra le piccole realtà. Al di là delle attività di prevenzione, attualmente circa il 71% delle imprese del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze.

Tra queste, la donazione per fini sociali – che rappresenta la soluzione prioritaria secondo la gerarchia europea – è oggi effettuata dal 44,5% delle imprese della distribuzione. La sua diffusione, tuttavia, è fortemente influenzata dalla dimensione aziendale: le grandi imprese donano nell’83% dei casi con elevata frequenza, mentre le PMI mostrano tassi di adozione inferiori, rispettivamente 42% e 46%, e una minore frequenza nelle donazioni. In parallelo alla donazione, emergono altre strategie di valorizzazione circolare delle eccedenze e degli scarti. Il 43% delle imprese adotta infatti almeno una pratica alternativa alla donazione: il 24% ricorre ad altre forme di riuso circolare, mentre circa il 13% si concentra su forme di riciclo e recupero.

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Le imprese che donano risultano più impegnate anche su altri fronti della circolarità: il 54% delle donatrici adotta ulteriori forme di riuso, contro il 40% delle non donatrici. Analogamente, le pratiche di riciclo e recupero dei residui risultano più diffuse tra le imprese donatrici (18% contro 11%). Annualmente, il settore della distribuzione in Italia dona quindi circa 459 milioni di euro di prodotti alimentari per scopi sociali, corrispondenti a quasi 98 mila tonnellate. Considerando anche le eccedenze riutilizzate per il consumo umano tramite altre forme di circolarità, si stima che il contributo sociale complessivo generato dalla distribuzione italiana ammonti a quasi 632 milioni di euro, pari a quasi 135 mila tonnellate all’anno.

Nel complesso, emerge quindi un sistema in evoluzione, in cui la crescente sensibilità delle imprese si confronta con le sfide di compliance e sostenibilità che riguardano un intero settore – spiega Paola Garrone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -.  Per centrare gli obiettivi europei al 2030 sarà dunque necessario un ulteriore salto di scala, basato su un rafforzamento delle collaborazioni tra i diversi stakeholder, su policy mirate che favoriscano la diffusione delle buone pratiche e su un impulso diffuso all’innovazione”.

Proprio sul fronte dell’innovazione tecnologica, un contributo rilevante proviene dall’ecosistema internazionale delle startup dedicate alla riduzione dei rifiuti alimentari, di cui circa il 21% opera, almeno in parte, nel settore della distribuzione. Tra queste, la maggioranza (71%) si concentra sulla prevenzione, offrendo strumenti digitali per ottimizzare pianificazione e gestione delle scorte, mentre il 27% abilita processi di riutilizzo e redistribuzione alimentare. Tra le soluzioni emergenti figurano anche realtà italiane.

Progetti aziendali di biodiversità

Negli ultimi anni la tutela della biodiversità è diventata una priorità crescente per le imprese agroalimentari. Le iniziative aziendali possono essere ricondotte a quattro principali ambiti di intervento: conservazione, valorizzazione, ripristino e monitoraggio degli ecosistemi.

L’analisi dei progetti sviluppati in Italia (svolta in collaborazione con l’Osservatorio Innovazione per la biodiversità – evidenzia un forte ricorso alla collaborazione: circa il 46% delle iniziative mappate viene realizzato attraverso partnership con altre aziende, università, enti di ricerca o organizzazioni specializzate.

Le attività di conservazione rappresentano la categoria più diffusa, con il 29% delle iniziative censite. In questo ambito rientrano la tutela degli habitat naturali, la riduzione dell’impiego di fertilizzanti e agrofarmaci e numerosi progetti dedicati alla protezione degli insetti impollinatori. Molte aziende hanno investito nella creazione di siepi, corridoi ecologici e arnie, riconoscendo il ruolo fondamentale delle api e di altre specie per la produttività agricola e la stabilità degli ecosistemi. Le iniziative di valorizzazione della biodiversità rappresentano il 27% del totale. Si tratta di progetti che generano valore economico attraverso pratiche sostenibili come l’agricoltura rigenerativa, l’agroforestazione e altri modelli produttivi orientati alla salvaguardia delle risorse naturali. L’agricoltura rigenerativa, in particolare, sta assumendo un ruolo centrale: circa il 53% delle aziende agricole italiane strutturate adotta già pratiche riconducibili a questo approccio. Le attività di ripristino ambientale costituiscono il 26% delle iniziative analizzate. Gli interventi comprendono il recupero di ecosistemi degradati, la riforestazione, la creazione di laghetti e aree naturali e il reinserimento di specie precedentemente scomparse. Il monitoraggio rappresenta il 18% delle iniziative censite. Pur essendo meno diffuso rispetto alle altre categorie, svolge un ruolo essenziale perché consente di misurare lo stato della biodiversità e valutare l’impatto delle attività produttive.

Molte aziende sono ancora nelle fasi iniziali del proprio percorso verso la tutela della biodiversità, con interventi spesso limitati a singoli progetti – spiega Raffaella Cagliano, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Accanto a queste realtà emergono però imprese più mature, che hanno integrato la salvaguardia degli ecosistemi nelle proprie strategie di sviluppo. In questo contesto, l’innovazione rappresenta una leva fondamentale: startup e imprese innovative stanno introducendo tecnologie e modelli capaci di accelerare la transizione verso sistemi agroalimentari più sostenibili, creando valore economico e ambientale allo stesso tempo”.

Il ruolo delle Startup

Un censimento condotto tra le startup italiane e internazionali, fondate tra il 2021 e il 2025 e tuttora attive, ha evidenziato che il 37% di esse opera principalmente nella prevenzione delle eccedenze e degli sprechi attraverso soluzioni che evitano la generazione di scarti lungo la filiera. Segue il riutilizzo e la ridistribuzione per il consumo umano (32%), che consente di recuperare prodotti ancora idonei al consumo. Il riciclo rappresenta il 22% delle iniziative, mentre il riutilizzo per l’alimentazione animale raggiunge l’11%. Infine, il recupero energetico dei rifiuti alimentari coinvolge il 10% delle startup analizzate.

Le startup attive contro lo spreco alimentare hanno raccolto complessivamente oltre 336 milioni di dollari. La quota maggiore di investimenti, il 43%, riguarda le soluzioni di riutilizzo e ridistribuzione per il consumo umano. Seguono le soluzioni per il riciclo, la prevenzione, il riutilizzo per il consumo animale e il recupero energetico.

I principali promotori dell’innovazione sostenibile risultano essere i provider di servizi, ossia principalmente provider di soluzioni IT e digitali (e, in misura residuale, fornitori di servizi di ricerca e sperimentazione), che rappresentano il 46% del campione. Le aziende della trasformazione alimentare costituiscono il 24% delle startup, proponendo spesso soluzioni per valorizzare sottoprodotti e scarti. I fornitori di input rappresentano il 22% del totale e operano prevalentemente nella produzione di fertilizzanti e mangimi ottenuti dal recupero di materiali organici.

Le startup offrono soluzioni principalmente per il settore primario (36%) e per i consumatori finali (33%). Tra i beneficiari seguono quindi le aziende della trasformazione alimentare (26%), i distributori (21%) e il comparto Ho.Re.Ca. (20%). Le soluzioni di prevenzione si concentrano soprattutto su distributori e consumatori, mentre quelle dedicate al riutilizzo e alla ridistribuzione coinvolgono maggiormente consumatori e aziende della trasformazione.

Le tecnologie digitali rappresentano la categoria più diffusa contro lo spreco alimentare, adottata dal 44% delle startup. Tra le applicazioni più comuni figurano piattaforme software per migliorare l’incontro tra domanda e offerta, sistemi IoT per il monitoraggio della freschezza dei prodotti, strumenti di gestione delle eccedenze e applicazioni per ridurre lo spreco domestico. Seguono le biotecnologie (32%), le tecnologie di trasformazione alimentare (26%), le soluzioni per lo sfruttamento di risorse rinnovabili (9%) e il novel farming (5%).

Gli HUB Aiuto Alimentare di Milano

Gli Hub Aiuto Alimentare sono una rete di otto poli territoriali situati in diversi quartieri di Milano che hanno lo scopo di recuperare e redistribuire eccedenze alimentari per il consumo umano e, al contempo, fornire servizi per l’inclusione sociale, culturale, educativa e lavorativa a persone e famiglie in difficoltà. Parte della Food Policy di Milano, la rete è il risultato innovativo di un processo evolutivo di collaborazione pluriennale avviato sulla scia dell’esposizione universale Expo ospitata a Milano nel 2015, e che coinvolge la nostra università, l’amministrazione pubblica locale, il Terzo Settore, imprese e fondazioni private. La rete ha coinvolto 9 insegne e 48 punti vendita della GDO, 20 mercati scoperti e 97 grossisti dell’Ortomercato, 135 organizzazioni non profit, e ha permesso di evitare 2.431 tonnellate di CO2 grazie al recupero delle eccedenze.

Nel 2025 la rete ha consentito di recuperare oltre 1.057 tonnellate di eccedenze edibili e sicure, includendo un mix variegato di beni alimentari, di cui l’86% di ortofrutta fresca, ridistribuiti a 18.000 nuclei familiari e circa 155.000 persone beneficiariprosegue Marco Melacini, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Vincitrice dell’Earth Shot Prize nel 2021, l’iniziativa degli Hub Aiuto Alimentare funge da modello virtuoso di collaborazione cross-settoriale a livello locale esportato in altre città del mondo partner della rete del Milan Urban Food Policy Pact”.

Il packaging alimentare

L’entrata in vigore del Regolamento PPWR sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio segna un passaggio rilevante per il packaging alimentare, trasformando molte leve volontarie di sostenibilità in requisiti regolatori con impatti su progettazione, materiali, riciclabilità, contenuto di riciclato, riduzione degli imballaggi, etichettatura, composizione chimica e nuovi modelli d’uso e riuso. Questo cambiamento richiede di leggere il packaging come elemento strategico del sistema alimentare, capace di incidere su sicurezza degli alimenti, organizzazione della filiera, logistica e relazione con il consumatore. Le imprese della filiera alimentare estesa – inclusi i produttori di packaging – percepiscono la PPWR come una trasformazione sistemica più che come un semplice adeguamento tecnico. In particolare, emergono ambiti su cui le imprese devono anticipare decisioni in un quadro ancora in evoluzione.

Sul fronte della riciclabilità, ad esempio, il settore attende la definizione delle classi di prestazione e delle modalità di prova, necessarie per tradurre il principio di design for recycling   in criteri verificabili e applicabili. A questi si affiancano tre ambiti in cui l’incertezza è soprattutto applicativa: il contenuto minimo di materiale riciclato, per la disponibilità e la verifica di materie prime seconde idonee al contatto alimentare; la compliance chimica, con particolare attenzione a PFAS e sostanze soggette a restrizione, per la gestione di prove e dichiarazioni di conformità e dati lungo la filiera; e la riduzione di peso e spazio vuoto, per la necessità di criteri di misurazione che non compromettano protezione del prodotto, shelf-life ed efficienza logistica. L’etichettatura armonizzata invece, rappresenta un adempimento di prossima introduzione obbligatoria, con impatti sull’aggiornamento delle informazioni al consumatore e sulla gestione coordinata dei mercati, che non desta particolari preoccupazioni a livello di difficoltà implementativa.

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La sfida per il settore non riguarda solo il rispetto dei nuovi obblighi normativi, ma la capacità di trasformarli in soluzioni industrialmente praticabili e realmente sostenibili. – afferma Barbara Del Curto, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. La transizione richiede criteri chiari, investimenti e una visione sistemica capace di considerare l’intero ciclo di vita del packaging alimentare. In questo scenario, il PPWR viene percepito dagli stakeholder non come una semplice norma di compliance, ma come un fattore di trasformazione strategica, in grado di generare valore attraverso innovazione, coordinamento di filiera e nuove soluzioni per coniugare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare ed efficienza industriale.

 

*L’edizione 2025-26 dell’Osservatorio Food Sustainability della POLIMI School of Management è stata realizzata con il supporto di: CONAI, Federdistribuzione, Fratelli Beretta, Gruppo Nestlé in Italia, GS1 Italy, RINA e con il patrocinio di Assolombarda, Comune di Milano – Food Policy, Fairtrade Italia, Fondazione Banco Alimentare Onlus, Legambiente Lombardia.

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