L’interoperabilità permette a sistemi e organizzazioni diverse di scambiarsi dati in modo automatico, senza passaggi manuali.
Porta benefici concreti: processi più rapidi, dati più affidabili, conformità normativa più semplice e una collaborazione più stretta lungo la filiera.
Secondo l’Osservatorio B2b della School of Management del Politecnico di Milano, solo il 7% delle imprese italiane ha raggiunto un livello avanzato di maturità digitale, a conferma del percorso ancora incompleto verso processi B2b pienamente integrati. La strada è ancora lunga, ma le nuove norme europee stanno spingendo le imprese verso processi sempre più integrati.
Questo articolo, a cura dell’Osservatorio Digital B2b, spiega che cos’è l’interoperabilità nel B2b digitale, quali vantaggi produce e quali tecnologie la rendono possibile. Descrive inoltre le principali applicazioni e analizza il livello di maturità delle imprese italiane.
Che cos’è l’interoperabilità
L’interoperabilità è la capacità di sistemi diversi di dialogare tra loro. Significa scambiarsi dati e utilizzarli senza errori, conversioni manuali o reinserimenti. In altre parole, è un linguaggio comune tra software, piattaforme e organizzazioni.
In ambito B2b (Business to business) il tema riguarda soprattutto i rapporti tra imprese. Un ordine, una fattura, un documento di trasporto o un pagamento attraversano spesso più aziende e più sistemi gestionali. Se questi sistemi non comunicano, ogni passaggio richiede tempo e intervento umano.
L’interoperabilità si costruisce su più livelli:
il livello tecnico riguarda protocolli, formati e canali di trasmissione;
il livello semantico garantisce che un dato abbia lo stesso significato per chi lo invia e per chi lo riceve;
il livello organizzativo e normativo definisce regole, responsabilità e standard condivisi.
Solo quando tutti e tre funzionano insieme lo scambio diventa davvero automatico.
Quali sono le applicazioni dell’interoperabilità
Gli ambiti in cui l’interoperabilità fa la differenza sono numerosi. Vediamo di seguito i principali.
Ciclo dell’ordine: ordini, conferme, documenti di trasporto e fatture possono viaggiare tra cliente e fornitore senza essere ristampati o ridigitati.
Fatturazione elettronica: l’Italia ha già un’esperienza consolidata. Con l’iniziativa europea ViDA, lo scambio elettronico delle fatture si estenderà sempre più anche a livello transfrontaliero.
Logistica: il regolamento europeo eFTI punta a digitalizzare le informazioni sul trasporto merci e a renderle accessibili alle autorità in formato elettronico.
Pagamenti: integrare i pagamenti con ordini e fatture semplifica la riconciliazione e migliora la gestione della liquidità.
Identità digitale: con eIDAS 2.0 e il Digital Business Wallet, le imprese potranno identificarsi e firmare in modo riconosciuto in tutta l’Unione.
Sostenibilità: il Digital Product Passport raccoglierà le informazioni ambientali di un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita, condivise tra più attori.
Quali vantaggi porta l’interoperabilità
Rendere i sistemi interoperabili porta benefici concreti su più fronti.
Efficienza: i dati passano da un sistema all’altro in automatico. Si riducono tempi, costi e attività ripetitive.
Qualità dei dati: meno reinserimenti manuali significano meno errori e, inoltre, controlli e riconciliazioni diventano più semplici.
Conformità normativa: molti obblighi, come la fatturazione elettronica, si basano su formati standard. Le imprese con sistemi interoperabili possono adeguarsi più rapidamente alle nuove regole, perché dispongono già di processi integrati per generare, scambiare e verificare le informazioni richieste.
Collaborazione: clienti, fornitori, operatori logistici e banche condividono informazioni in tempo reale. La filiera diventa così più trasparente e reattiva.
Scalabilità: collegare un nuovo partner richiede meno integrazioni su misura. La crescita del business non si traduce in una crescita proporzionale della complessità.
Quali tecnologie abilitano l’interoperabilità
Dal punto di vista informatico, l’interoperabilità si regge su alcuni elementi chiave.
Standard di formato: linguaggi come XML e JSON, e standard come UBL ed EDIFACT, definiscono la struttura dei messaggi.
API (Application Programming Interface): le interfacce di programmazione permettono ai software di scambiarsi dati in tempo reale; sono la base delle integrazioni moderne tra gestionali, piattaforme e servizi esterni.
Reti di scambio: in Italia il Sistema di Interscambio gestisce le fatture elettroniche, mentre a livello europeo la rete Peppol consente di inviare documenti elettronici tra imprese e pubbliche amministrazioni di Paesi diversi.
Cloude piattaforme di integrazione: software middleware e soluzioni Cloud erogate as-a-service collegano ERP, CRM e sistemi documentali senza sviluppi complessi.
Identità e fiducia: firme elettroniche, marche temporali e sistemi di autenticazione garantiscono l’origine e l’integrità dei dati scambiati.
Intelligenza Artificiale: l’AI aiuta a estrarre dati da documenti non strutturati e a mappare formati diversi, riducendo il lavoro manuale.
Come funziona in pratica l’interoperabilità
Le tecnologie abilitanti non lavorano da sole. Si combinano in un unico flusso, in cui ciascuna copre un passaggio. In questo flusso, l’interoperabilità non serve più soltanto a trasferire un documento da un sistema all’altro. Oggi consente sempre più di condividere direttamente i dati che descrivono una stessa transazione, mantenendoli aggiornati lungo tutto il processo.
La fattura, per esempio, non è più soltanto un file inviato dal fornitore al cliente. Diventa un evento economico che può essere emesso, trasmesso, registrato, verificato e successivamente corretto in sistemi diversi. Per questo l’interoperabilità futura dovrà garantire non solo la comprensione del dato, ma anche la sua origine, integrità e affidabilità. Identità digitale, autenticazione e servizi fiduciari diventeranno quindi componenti essenziali dei processi B2b.
Un esempio aiuta a capirlo: un ordine che parte da un’azienda cliente e arriva al suo fornitore.
Il percorso si articola in cinque passaggi.
Il dato nasce nel gestionale: l’ufficio acquisti crea l’ordine nel proprio ERP, come fa ogni giorno.
Il dato viene tradotto: una piattaforma di integrazione converte l’ordine in un formato standard, come UBL o EDIFACT. Se l’ordine arriva da un documento non strutturato, l’AI può estrarne i dati.
Il messaggio viene firmato e inviato: il sistema ne certifica l’origine e lo trasmette attraverso una rete di scambio, come Peppol, oppure tramite una API diretta.
Il destinatario lo interpreta: il gestionale del fornitore legge il formato standard e registra l’ordine senza reinserimenti.
Il flusso prosegue: il fornitore emette la fattura elettronica, che in Italia transita dal Sistema di Interscambio. Il pagamento può poi essere abbinato in automatico a ordine e fattura.
In questo modo, gli standard rendono i dati comprensibili ai diversi sistemi, mentre API e reti di scambio ne consentono la trasmissione. Firme e autenticazione ne garantiscono l’affidabilità; cloud e piattaforme di integrazione collegano i sistemi interni e quelli dei partner. Il risultato è un processo continuo, nel quale le informazioni possono passare da un’organizzazione all’altra senza essere nuovamente inserite o trasformate in documenti intermedi.
Qual è il livello di maturità digitale delle imprese italiane
Il divario ha effetti concreti. Le imprese più mature gestiscono il ciclo dell’ordine in 21-60 minuti. Il 78% di quelle meno evolute impiega invece oltre 100 minuti. Anche nei pagamenti emergono criticità legate all’integrazione tra sistemi e alla riconciliazione e tracciabilità dei flussi, segnalata dal 31% delle aziende che incassano pagamenti B2b.
Come avviene il passaggio dalla digitalizzazione all’integrazione dei processi
La maturità digitale non dipende però solo dalla disponibilità di tecnologie digitali. Un elemento decisivo è il livello di integrazione tra le soluzioni adottate. Nelle imprese meno mature prevalgono spesso collegamenti puntuali, realizzati per rispondere a esigenze specifiche. Le organizzazioni più avanzate si muovono invece verso integrazioni end-to-end, capaci di collegare applicazioni, funzioni aziendali, fornitori e clienti lungo l’intero processo.
Questa distinzione è importante perché l’interoperabilità non coincide con l’uniformità. Non è necessario che tutte le imprese adottino lo stesso gestionale, la stessa piattaforma o lo stesso sistema nazionale. L’obiettivo è fare in modo che sistemi diversi possano comunicare attraverso regole, semantiche, formati e punti di connessione condivisi. In questa prospettiva, l’autonomia dei sistemi nazionali può convivere con un mercato europeo più integrato.
In che modo la regolamentazione europea accelera il cambiamento
A spingere il cambiamento è soprattutto l’Europa. eFTI, ViDA, NIS2, eIDAS 2.0, Digital Business Wallet e Digital Product Passport non sono interventi isolati, ma parti di un disegno comune. Come ha spiegato Paola Olivares, Direttrice dell’Osservatorio Digital B2b, durante il convegno di presentazione dei risultati della Ricerca:“L’obiettivo è favorire processi interaziendali sempre più digitali, interoperabili, sicuri e tracciabili, dalla gestione dei dati logistici alla fatturazione elettronica, fino all’identità digitale e alla sostenibilità di prodotto. Nel loro insieme, queste normative stanno ponendo le basi per un modello europeo integrato di gestione digitale dei processi B2b, destinato a trasformare profondamente il modo in cui le imprese collaborano e scambiano informazioni”.
Come evolverà l’interoperabilità nel B2b digitale
Guardando ai prossimi dieci anni, l’Osservatorio individua diversi megatrend. Il più rilevante è il passaggio From Documents to Data Flows: il documento non sarà più soltanto un file da scambiare, ma un flusso continuo di dati strutturati e sincronizzati in tempo reale.
Tra i megatrend c’è anche l’Intelligent Interoperability Layer, cioè un’interoperabilità sempre più intelligente, capace di integrare dati e processi tra organizzazioni diverse in modo più semplice. È una prospettiva particolarmente rilevante per le filiere composte da organizzazioni con livelli di maturità digitale differenti. In questo scenario, standard come UBL, reti di scambio come Peppol e tecnologie come API e JSON non hanno l’obiettivo di rendere tutti i sistemi uguali. Servono piuttosto a creare una lingua comune, attraverso la quale sistemi nazionali e piattaforme differenti possano comunicare mantenendo la propria autonomia.
Questo cambiamento consente di superare una logica ancora basata sulla trasformazione dei dati in documenti e sulla loro successiva ricostruzione nei sistemi del destinatario. Il dato può invece rimanere strutturato lungo tutto il processo, riducendo l’asimmetria informativa, i reinserimenti manuali e il rischio di errori.
Quali sono le sfide dell’interoperabilità per il mercato italiano
Le principali barriere sono tecnologiche, ma non solo. Accanto ai sistemi legacy e alla frammentazione degli standard, pesano la difficoltà di estendere le soluzioni a tutta la filiera, lascarsa fiducia nella condivisione dei datie ilrischio di un’evoluzione a due velocità. L’interoperabilità produce infatti il massimo valore solo quando coinvolge un ecosistema ampio: non basta che pochi operatori avanzati sappiano scambiarsi dati se clienti, fornitori o intermediari continuano a lavorare con documenti e processi manuali.
Per questo il tema riguarda tanto la tecnologia quanto la governance e la cultura organizzativa. Servono standard comuni, responsabilità chiare, investimenti accessibili anche alle PMI e una maggiore disponibilità a collaborare lungo la catena del valore. Solo così il linguaggio comune del B2b digitale potrà trasformarsi da requisito tecnico a infrastruttura concreta per efficienza, conformità e competitività.
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