Direttore degli Osservatori Internet of Things, Smart City, Connected Vehicle & Mobility, Smart City, Digital & Smart Infrastructure ed European Autonomous Driving.
Nel 2025 il 63% degli italiani possiede almeno un dispositivo smart in casa, mentre il 51% connette effettivamente gli oggetti acquistati.
La Smart Home non coincide con la domotica tradizionale: molte soluzioni connesse possono essere aggiunte progressivamente e gestite tramite app, piattaforme e assistenti digitali.
Sicurezza, elettrodomestici connessi ed efficienza energetica sono oggi tra gli ambiti principali della casa smart, mentre cresce il bisogno di integrare dispositivi ancora spesso gestiti attraverso ecosistemi differenti.
Intelligenza Artificiale e nuovi standard di interoperabilità stanno trasformando la Smart Home da insieme di oggetti connessi a un ecosistema capace di offrire servizi più integrati e personalizzati.
Questo articolo è stato realizzato a partire dall’intervista a Giulio Salvadori, Direttoredell’Osservatorio Internet of Thingsdella School of Management del Politecnico di Milano, nel quarto episodio di TuttoSmart, il podcast prodotto da Mondadori Studios in collaborazione con gli Osservatori Digital Innovation.
Dalla domotica alla casa connessa: cosa cambia per l’utente
Quando si parla di Smart Home, il rischio più comune è quello di confonderla con la domotica, un termine che esiste già da due o tre decenni e che descrive un fenomeno molto diverso. La domotica era principalmente legata a grandi appartamenti e ville, con impianti costosi installati in fase di costruzione o ristrutturazione, pensati per un pubblico di fascia alta e gestiti da professionisti specializzati.
La Smart Home rappresenta un’evoluzione più flessibile e accessibile della domotica tradizionale. Accanto agli impianti progettati in fase di costruzione o ristrutturazione, sono entrati nelle abitazioni dispositivi connessi che possono essere aggiunti progressivamente e gestiti attraverso interfacce digitali. Molti dispositivi Smart Home possono essere installati senza interventi strutturali sull’abitazione e gestiti tramite app o altre interfacce digitali, abbassando significativamente la soglia di accesso rispetto alla domotica tradizionale.
Nell’intervista, Salvadori individua nell’arrivo dei grandi assistenti vocali tra il 2018 e il 2019 uno dei momenti che hanno contribuito a rendere familiare il concetto di oggetto connesso a un pubblico molto più ampio.
Questi dispositivi hanno funzionato da volano culturale: hanno avvicinato milioni di persone al concetto di oggetto connesso, rendendolo comprensibile, concreto e accessibile anche a chi non aveva alcuna familiarità con il mondo tecnologico.
Da quel momento, il mercato degli oggetti smart per la casa ha iniziato a crescere in modo significativo, ampliandosi ben oltre gli assistenti vocali verso una gamma sempre più vasta di dispositivi, dagli elettrodomestici connessi ai sistemi di sicurezza, dai termostati intelligenti ai robot aspirapolvere.
Quanto è diffusa la casa connessa in Italia
I dati raccolti dall’Osservatorio attraverso un campione di mille italiani realizzato con Doxa raccontano un livello di adozione molto più ampio di quanto l’immaginario comune suggerirebbe.
Tra tutte le fasce della popolazione sotto i 60 anni, la conoscenza di questi dispositivi si aggira intorno al 90%: nove italiani su dieci sanno di cosa si parla quando si parla di Smart Home. Anche tra i boomer, la fascia anagrafica storicamente più lontana dal mondo tecnologico, la quota di consapevolezza ha raggiunto il 53%, in crescita significativa rispetto al 30% rilevato tre anni prima.
È un segnale importante: la Smart Home non è più un fenomeno generazionale, ma un fenomeno di società.
Il dato sull’utilizzo reale è altrettanto rivelatore. In circa la metà dei casi, i rispondenti dichiarano di avere già più di quattrooggetti connessi all’interno della propria abitazione. Un numero che sorprende finché non si fa l’esercizio di contarli concretamente: il climatizzatore, il termostato, la lavatrice, le telecamere di sorveglianza, il robot aspirapolvere, i sensori per porte e finestre.
Molti di questi oggetti vengono acquistati oggi già con connettività nativa, rendendo quasi impossibile trovarne versioni non connesse sul mercato. La questione, quindi, non è più quanti dispositivi smart si possiedono, ma se e come li si utilizza davvero, e se si sta traendo da essi il valore che potrebbero offrire.
Quali dispositivi stanno trainando la casa connessa
Gli assistenti vocali, che hanno fatto da apripista alla diffusione della Smart Home, sono oggi presenti in moltissime case ma vengono usati in modo molto più limitato di quanto ci si aspetterebbe.
Come osserva Giulio Salvadori: “sono connessi, sono lì, ma vengono utilizzati principalmente per la musica, per i timer e per qualche domanda rapida, non per gestire in modo integrato la casa. Il loro ruolo è stato quello di aprire una porta culturale, non di diventare il centro di comando dell’abitazione intelligente”.
I dispositivi che oggi vanno per la maggiore tra gli italiani sono quelli legati alla sicurezza: videocamere connesse, videocitofoni smart, sensori per porte e finestre. C’è una domanda crescente di controllo e protezione degli spazi domestici, e il mercato ha risposto con prodotti sempre più accessibili e facili da installare.
Accanto a questi, cresce il segmento degli elettrodomestici connessi: lavatrici, climatizzatori, caldaie, robot aspirapolvere e purificatori d’aria sono sempre più dotati di connettività nativa, gestibili da remoto attraverso app dedicate. Il climatizzatore è l’esempio più emblematico: attivarlo a distanza prima di rientrare a casa è una funzione concreta, immediatamente utile, che giustifica da sola la connettività del dispositivo.
Perché i dispositivi della casa connessa faticano ancora a dialogare
Il vero limite della Smart Home oggi non è la quantità di dispositivi disponibili, ma la loro mancanza di integrazione. Come sintetizza efficacemente Salvadori, il problema è che si hanno dieci dispositivi gestiti attraverso dieci app diverse, ma non un organismo che collabora, si coordina e agisce in modo autonomo.
Il climatizzatore non dialoga con la caldaia, la lavatrice non si coordina con il contatore dell’energia, e spesso non è nemmeno possibile gestire tutto da un’unica interfaccia. Ogni azienda vuole mantenere il proprio ecosistema chiuso, la propria app, la propria interfaccia con l’utente: è una logica di business comprensibile, ma che penalizza l’esperienza dell’utente finale e frena il potenziale della Smart Home come sistema integrato.
La risposta dell’industria a questo problema si chiama Matter: un ecosistema promosso dai principali attori del settore con l’obiettivo di standardizzare la comunicazione tra dispositivi di marche diverse. L’implementazione è ancora parziale: le grandi aziende integrano su Matter le funzionalità di base, ma si tengono quelle più avanzate nelle proprie app proprietarie.
Quali rischi di privacy e sicurezza comporta una casa connessa
Il tema della privacy e della sicurezza dei dispositivi connessi in casa è uno di quelli che alimenta più preoccupazioni, spesso mescolando rischi reali con timori esagerati. Salvadori distingue chiaramente due tipologie di rischio.
La prima è quella commerciale. Se l’utente accetta determinati consensi durante l’installazione dei dispositivi, i dati raccolti in casa possono essere utilizzati dalle aziende per costruire profili pubblicitari personalizzati. È un rischio concreto, quotidiano, ma gestibile attraverso una lettura attenta delle impostazioni sulla privacy e una scelta consapevole dei consensi da accordare.
La seconda tipologia è quella degli attacchi hacker, che nell’immaginario collettivo occupa uno spazio sproporzionato rispetto alla reale probabilità di accadimento per il comune cittadino. I dispositivi smart domestici di una persona qualunque non offrono motivazioni sufficienti a un attacco mirato. La situazione è diversa per i personaggi pubblici di alto profilo, le cui abitazioni connesse rappresentano effettivamente un possibile bersaglio.
Esiste però una forma di attacco già verificatasi in America, che non punta a entrare nella casa ma a usare i suoi dispositivi come vettori: hacker che prendono il controllo di termostati, telecamere e altri oggetti connessi per inviare enormi quantità di dati verso i sistemi informatici di grandi aziende, fino a mandarli in down per ore. Non è un attacco contro il cittadino, ma il cittadino diventa inconsapevolmente uno strumento dell’attacco.
Sul fronte regolamentare, il Cyber Resilience Act rafforza i requisiti di sicurezza per hardware e software immessi sul mercato europeo. Alcuni obblighi sono già entrati progressivamente in applicazione, mentre il quadro diventerà pienamente applicabile nel dicembre 2027.
Come AI e IoT stanno trasformando la casa connessa
L’Internet of Things, il campo più ampio da cui nasce la Smart Home, ha attraversato negli ultimi quindici anni un’evoluzione profonda.
L’Osservatorio lo ha lanciato quando ancora non si parlava di IoT in senso moderno: le prime applicazioni erano legate alla logistica e al retail, poi si è ampliato alla Smart City, alla Smart Home, alle auto connesse e alla guida autonoma.
Una delle evoluzioni più rilevanti riguarda l’integrazione tra Internet of Things e Intelligenza Artificiale. I dispositivi IoT raccolgono dati dal mondo fisico, mentre l’AI può contribuire a interpretarli, riconoscere pattern e anomalie e abilitare forme di automazione più evolute. Nella Smart Home questo significa passare progressivamente dal semplice controllo remoto dei dispositivi a servizi più adattivi e personalizzati.
Da un lato c’è un’AI intelligente ma che si nutre di dati statici; dall’altro c’è un IoT che raccoglie dati in tempo reale ma non è abbastanza intelligente da valorizzarli al meglio. L’integrazione dei due mondi è il prossimo orizzonte.
Nell’intervista, Salvadori indica anche la robotica domestica come una possibile evoluzione futura della Smart Home. Si tratta ancora di uno scenario poco maturo e caratterizzato da costi elevati, ma l’integrazione tra robotica, dispositivi connessi e Intelligenza Artificiale potrebbe ampliare in futuro il livello di automazione delle abitazioni.
In Italia siamo ancora lontani da questo scenario. I prezzi sono elevati e le applicazioni non ancora perfette, riportando di fatto il discorso al punto di partenza della domotica, riservata a pochi.
Ma secondo gli analisti, i costi scenderanno rapidamente nei prossimi anni, e quando la robotica si integrerà con la Smart Home già esistente, la casa intelligente diventerà qualcosa di qualitativamente diverso da tutto ciò che abbiamo visto fino ad oggi.
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