Gli studi accelerano sul digitale, ma la trasformazione è ancora incompleta

 

  • Investimenti in digitale medi 10.500 euro per gli avvocati, 14.450 euro per i commercialisti, 14.700 euro per i consulenti per il lavoro, 29.330 euro per gli studi multidisciplinari. Nel 2026 prevista crescita del mercato totale del 4%.
  • L’Intelligenza Artificiale non integrata nei gestionali è adottata dal 62% dei grandi studi, tra il 37% e il 47% nelle diverse professioni. Tra il 76% e l’84% degli studi che utilizza l’IA ne valuta positivamente l’impatto futuro sull’organizzazione
  • Tra il 51% e il 72% degli studi professionali fatica a misurare e illustrare ai clienti il valore generato con i propri servizi. Oltre il 90% dei grandi studi si considera attrattivo per i giovani, il 35% dei micro

 

I dati possono essere ripresi citando come fonte l’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano e includendo il relativo link.

Da oggi è disponibile l’infografica gratuita con i dati chiave della ricerca, condivisibile attraverso questo link.

 

Milano, 02 luglio 2026 – La trasformazione digitale continua a guadagnare terreno nel mondo delle professioni giuridiche ed economiche. Secondo l’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, gli investimenti in tecnologie digitali degli studi professionali italiani raggiungono i 2,01 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente e con una previsione per il 2026 di crescita del mercato totale del 4%, con una spesa media che raggiunge 10.500 euro negli studi legali, i 14.450 euro nei commercialisti, 14.700 euro nei consulenti del lavoro, 29.330 euro negli studi multidisciplinari.

L’evoluzione non riguarda solo le realtà più strutturate, ma interessa l’intero comparto e si riduce il divario tra studi di diversa dimensione. Anche se resta evidente la differenza di maturità digitale: il 68% dei micro-studi (meno di 3 addetti) utilizza meno di due tecnologie digitali di base tra le sei prese in esame[1], mentre l’89% dei grandi studi (oltre 29 addetti) almeno quattro. Tra il 51% e il 72% degli studi professionali fatica ancora a quantificare il valore generato ai clienti e a illustrare in modo strutturato gli impatti dei servizi erogati, evidenziando un’importante area di miglioramento.

A trainare l’attuale fase di cambiamento è soprattutto l’Intelligenza Artificiale, in particolare sotto forma di soluzioni non integrate nei gestionali di studio, la cui adozione raggiunge il 62% nei grandi studi e si attesta tra il 37% e il 47% nelle diverse professioni. Un’accelerazione accompagnata da una crescente fiducia: tra il 76% e l’84% degli studi che utilizzano l’IA ne valutano positivamente l’impatto futuro sull’organizzazione.

Resta aperta la sfida del ricambio generazionale. La capacità di attrarre giovani professionisti risulta fortemente influenzata dalla dimensione organizzativa: il 90% dei grandi studi si considera mediamente o molto attrattivo per i giovani professionisti (con meno di 10 anni di esperienza), percentuale che scende a meno del 35% tra i micro-studi, evidenziando un divario che rischia di incidere sulla competitività futura delle realtà più piccole.

Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano presentata questa mattina al convegno Capitale umano e tecnologico, la partita degli Studi professionali”. Uno degli oltre 50 differenti filoni di ricerca degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management (www.osservatori.net) che affrontano tutti i temi chiave dell’Innovazione Digitale nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione.

Il mondo delle professioni giuridiche ed economiche ha raccolto il guanto di sfida della tecnologia, proveniente soprattutto dall’Intelligenza Artificiale – afferma Claudio Rorato, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale -. Entrata con intensità anche nelle piccole realtà, l’IA si sta affermando come driver di innovazione, in grado di stimolare l’adozione di nuovi paradigmi organizzativi, di business e relazionali. Trova il suo impiego più immediato nel miglioramento e nella velocizzazione delle attività esistenti, ma la crescente attenzione verso l’alfabetizzazione digitale e l’impiego dei dati testimoniano che, dopo anni di lenta progressione, siamo di fronte a una maggiore consapevolezza nella fase realizzativa. La gestione del cambiamento prosegue con velocità differenti in base alla dimensione degli studi, ma il divario tra grandi e piccoli su alcuni fenomeni si è ridotto. È probabile che l’accelerazione intervenuta con la diffusione dell’IA possa incentivare percorsi aggregativi, per la necessità di sostenere investimenti più consistenti”.

L’adozione delle tecnologie

Le tecnologie più diffuse negli studi professionali italiani sono ancora quelle a supporto dell’operatività quotidiana: il sito internet è presente nel 45% degli studi legali, nel 38% degli studi di commercialisti, nel 47% degli studi di consulenza del lavoro e nel 58% degli studi multidisciplinari. Le reti VPN sono adottate dal 37% degli studi legali, dal 49% dei commercialisti, dal 56% dei consulenti del lavoro e dal 60% degli studi multidisciplinari, mentre i portali di condivisione documentale raggiungono il 51% tra i consulenti del lavoro e il 44% negli studi multidisciplinari.

Tra le tecnologie emergenti, l’Intelligenza Artificiale è quella che registra la crescita più significativa. Le soluzioni di AI non integrate nei gestionali sono già utilizzate dal 36% degli studi legali, dal 39% dei commercialisti, dal 42% dei consulenti del lavoro e dal 47% degli studi multidisciplinari, superando il 60% nei grandi studi. Al contrario, tecnologie più avanzate come chatbot (5-6%), CRM (6-11%), RPA (5-6%), software ESG (5-11%) e applicazioni di blockchain e smart contract (1-3%) restano ancora poco diffuse.

L’indagine evidenzia un marcato divario tra studi di dimensioni diverse. Circa il 70% dei micro-studi (meno di tre addetti) utilizza meno di due tecnologie digitali di base tra quelle esaminate[2], mentre solo il 5% ne adotta almeno quattro. La situazione si ribalta nei grandi studi (oltre 29 addetti), dove quasi il 90% utilizza almeno quattro delle sei tecnologie digitali di base considerate e solo il 3% ne impiega meno di due.

L’Intelligenza Artificiale

Se nelle passate rilevazioni figurava agli ultimi posti nella classifica di adozione tecnologica, oggi l’Intelligenza Artificiale è tra le tecnologie più diffuse negli studi con percentuali tra il 37% e il 47% (considerando solamente l’IA non integrata nel gestionale, quindi introdotta volontariamente). Se guardiamo la distribuzione per classe dimensionale tra micro, piccoli, medi e grandi studi, l’adozione si estende dal 27% delle micro-realtà al 62% delle grandi.

L’Intelligenza Artificiale viene utilizzata soprattutto per le attività di ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale: una quota compresa tra l’82% degli studi di consulenza del lavoro e l’87% dei commercialisti la utilizza per questa finalità. La seconda area di maggiore utilizzo è la sintesi e rielaborazione di documenti, che riguarda dal 71% dei consulenti del lavoro dal 68% degli avvocati, dal 64% degli studi multidisciplinari e dal 56% dei commercialisti.

Poi ci sono le traduzioni in altre lingue, in cui l’IA è impiegata dal 34% degli avvocati, dal 31% dei commercialisti, dal 32% degli studi multidisciplinari e dal 29% dei consulenti del lavoro. Nella trascrizione e rielaborazione riunioni invece è utilizzata dal 21% dei consulenti del lavoro e degli studi multidisciplinari, dal 19% dei commercialisti e dal 12% degli avvocati. Nell’assistenza ai clienti tramite chatbot o assistenti virtuali ha ancora un utilizzo limitato: interessa il 6% dei commercialisti e il 4% degli avvocati, dei consulenti del lavoro e degli studi multidisciplinari.

Nelle attività di creazione di contenuti, l’IA viene utilizzata per l’analisi di atti e la predisposizione di report per i clienti dal 51% dei multidisciplinari, dal 48% degli avvocati e dei consulenti del lavoro e dal 44% dei commercialisti. Per la generazione e revisione di pareri, contratti e atti, i valori sono più contenuti: 34% per gli avvocati, 31% per i commercialisti, 30% per gli studi multidisciplinari e 23% per i consulenti del lavoro. Nella creazione di contenuti di comunicazione e multimediali è adottata dal 35% dei consulenti del lavoro, dal 34% degli studi multidisciplinari, dal 23% dei commercialisti e dal 17% degli avvocati. Infine, l’IA viene utilizzata per l’aggiornamento e la formazione professionale dal 19% dei commercialisti, dal 16% dei multidisciplinari, dal 13% dei consulenti del lavoro e dal 12% degli avvocati.

Tra gli studi che utilizzano l’IA, tutte le professioni (dal 76% all’84%) valutano molto o abbastanza positivi gli impatti sulla propria organizzazione nei prossimi anni in termini di opportunità di innovazione, efficienza e qualità dei servizi. L’entusiasmo e la concretezza si accompagnano però a un approccio ancora incompleto nei confronti di questa tecnologia. Eccetto i grandi studi, gli altri sono prevalentemente concentrati su utilizzi che rendono solo più efficienti la ricerca, l’analisi e la sintesi documentale, la traduzione in altre lingue, la generazione di pareri e atti in genere.

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L’Intelligenza Artificiale sta entrando con decisione negli studi professionali, ma il suo impatto sul modello di business è ancora limitato e l’offerta resta concentrata prevalentemente sui servizi tradizionali – afferma Francesca Parisi, Ricercatrice dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale -. I segnali di cambiamento arrivano soprattutto dai grandi studi e dalle realtà multidisciplinari, che adottano un approccio sempre più integrato, affiancando ai servizi professionali tradizionali attività di consulenza in ambiti come strategia, ESG, formazione, gestione del personale e organizzazione, un modello che favorisce la crescita delle imprese, oltre a rafforzare il rapporto con il cliente, diversificare le fonti di ricavo e aumentare la competitività dello studio”.

Impatto, policy e barriere dell’IA

Anche per la cyber/data security il processo di maturazione è in corso, visto che poco più del 20% degli studi di ciascuna professione ha effettuato interventi di adeguamento a seguito dell’introduzione dell’IA. Diversamente, il 72% dei grandi studi si è impegnato su questo fronte. Tra le policy adottate dagli studi che usano l’IA, c’è molta attenzione all’impiego di versioni con licenza a pagamento, perché ritenute più sicure e complete rispetto a quelle gratuite.

Circa metà degli studi, trasversalmente a tutte le professioni, ha definito una procedura per controllare gli output provenienti dall’IA, prima che vengano rilasciati ai clienti, mentre è più scarsa l’attenzione al luogo di archiviazione dei dati (Europa, Paesi extra europei). Gli studi sono ancora poco preparati nel disciplinare l’accesso a questi strumenti in base alla seniority degli utilizzatori (meno del 25% degli studi di ciascuna professione ha definito regole a questo scopo).

Tra le ragioni del mancato utilizzo dell’IA prevalgono i rischi di violazione della privacy e della sicurezza dei dati, la scarsa conoscenza delle potenzialità e dei rischi della soluzione e il timore che, delegando all’IA alcune attività, venga persa la capacità di poterle svolgere senza l’ausilio della tecnologia. Su quest’ultimo aspetto è interessante evidenziare che, tra le professioni, il timore di perdere nel tempo la capacità critica e analitica oscilla tra il 55% e l’81% (rischio elevato o medio). Le cautele emergono anche sulla visione prospettica degli investimenti in soluzioni di IA.

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Per il biennio 2027-2028, i grandi studi spingono sull’acceleratore (il 38% ha già pianificato investimenti specifici in AI, il 50% li ritiene probabili e sta valutando opzioni e aree di applicazione), mentre tra le professioni la percentuale di chi ha già pianificato investimenti e ha intenzione di compierli oscilla tra il 39% e il 44%.

Il valore per i clienti

Solamente una percentuale tra il 22% e il 27% degli studi – considerando le diverse professioni – riesce a illustrare abitualmente ai clienti il valore dei servizi erogati e a quantificare anche i benefici prodotti. I grandi studi, pur rivelando una percentuale più elevata (38%), non esprimono una tendenza marcatamente diversa, segno che il tema accomuna professioni e dimensioni diverse, e che esista ancora molto spazio di miglioramento. Infatti, una quota di studi compresa tra il 51% e il 72% – passando dal minimo degli studi legali al massimo dei consulenti del lavoro – ha difficoltà a quantificare e far percepire gli impatti dei servizi erogati ai clienti o a individuare un metodo strutturato da applicare. Pochi manifestano disinteresse per il tema, ad eccezione del 24% della categoria legale.

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Il processo di innovazione

Il processo di innovazione negli studi professionali è ancora lontano dalla maturità. Fanno eccezione i grandi studi, che si stanno muovendo in più direzioni, innovando i modelli organizzativi, di business e relazionali: la quasi totalità di questi (oltre 90%) ha attivato processi strutturati di innovazione, con pratiche utili a migliorare l’ascolto sistematico dei clienti e la circolazione interna delle informazioni, stimolare la creatività e il process improvement e collaborare, in ottica open innovation, con diverse tipologie di realtà. Il resto degli studi esprime sulle medesime tematiche percentuali che raggiungono, al massimo, il 48% tra i mono-disciplinari e il 57% nei multidisciplinari. Non è un caso che queste pratiche siano espressione, attualmente, delle realtà più strutturate, che dispongono di maggiori risorse, varietà di competenze e clientela mediamente più esigente.

I principali ostacoli all’implementazione di un processo strutturato di innovazione negli studi professionali riguardano la mancanza di tempo e risorse da dedicare all’innovazione, la difficoltà a valutare il ritorno economico delle nuove iniziative e la cultura organizzativa poco orientata al cambiamento. In questo contesto la formazione e il confronto con realtà più evolute diventano una leva per la crescita individuale e organizzativa. Il coinvolgimento di tutta la struttura nel percorso di cambiamento diventa strategico per poter amplificare positivamente gli effetti delle azioni intraprese.

Le preoccupazioni per il futuro

All’interno degli studi, i timori per il futuro delle professioni evidenziano alcuni temi ricorrenti e trasversali: l’incertezza economica, l’appesantimento dell’operatività per l’evoluzione normativa, la concorrenza di altri operatori che rischiano di comprimere i margini, le difficoltà a reperire e trattenere i giovani e i talenti e le difficoltà a reperire nuova clientela. Alcuni elementi dipendono dal macroambiente, poco influenzabile dalle professioni; altri elementi, invece, possono trovare dei correttivi a patto di modificare alcuni comportamenti.

Tuttavia, l’autovalutazione degli studi in merito alla propria attrattività nei confronti dei giovani professionisti (con meno di 10 anni di esperienza) varia a seconda della dimensione dell’organizzazione: non supera il 35% la quota di micro-studi che ritengono di essere molto o abbastanza attrattivi, sale al 59% dei piccoli, 79% dei medi e supera il 90% tra i grandi. Gli studi che non si reputano tali si dividono tra coloro che sono al lavoro per migliorare il proprio posizionamento e realtà che faticano a individuare possibili azioni correttive.

Tra le preoccupazioni, incrementare la clientela non disponendo di una forza di vendita, passa anche attraverso modelli aggregativi o alleanze in grado di aumentare sia il portafoglio clienti sia la capacità di interagire con il mercato potenziale. Anche in questi casi il processo di maturazione verso modelli innovativi è ancora in gestazione. Il cambio generazionale e la crescita “manageriale” dei professionisti porterà nuova linfa al ruolo di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro.

Premio Professionista Digitale 2026

L’Osservatorio ha assegnato il “Premio Professionista Digitale 2026” agli Studi che si sono distinti per capacità innovativa a livello organizzativo e di business attraverso le tecnologie digitali. Nell’attuale edizione, l’Osservatorio ha intercettato un numero particolarmente elevato di iniziative di digitalizzazione meritevoli e notevoli, che hanno reso difficile la selezione dei vincitori: un segnale della vivacità e del dinamismo che stanno animando le professioni. Quest’anno sono stati assegnati tre premi e due menzioni d’onore. I vincitori sono lo Studio Roberto Cassanelli, di Milano, con il progetto “Gemello digitale con analisi predittiva”, un sistema integrato di analisi predittiva e intelligenza artificiale applicata alla consulenza aziendale, che consente di prevedere volumi di vendita futuri, effettuare valutazioni d’azienda contestualizzate al settore di riferimento e analizzare la tesoreria, integrando dati storici dell’impresa, serie storiche di settore e fonti qualitative fornite dall’imprenditore; lo Studio Galbiati & Associati, di Milano, con il progetto “Legal Intelligence System – Zeus”, un sistema coordinato di agenti che consente l’aggiornamento automatico del corpus normativo, la gestione dello scadenziario processuale, la preparazione dei fascicoli di causa e il rilevamento dell’utilizzo di AI da parte della controparte, e lo Studio Piscaglia, di San Mauro Pascoli (FC) con il progetto “BI nel mondo della GDO”, una piattaforma di Business Intelligence per una cooperativa con centinaia di imprenditori e punti vendita che integra dati su personale, retribuzioni e fatturato in una dashboard aggiornata in tempo reale, consentendo il monitoraggio e il confronto di produttività, assenteismo e performance di ciascun punto vendita.

Le due menzioni d’onore sono state assegnate allo Studio Mortandello, di Padova, con il progetto “Assetnet”, una piattaforma digitale proprietaria per la gestione e il matching di operazioni di M&A, riservata a una rete di partner referenziati e dotata di AI per ricerca e supporto operativo. Garantisce sicurezza tramite NDA, data room e firma digitale, riducendo i tempi di coordinamento e aumentando il numero di operazioni gestibili, e allo Studio Previti Associazione Professionale di Roma, con il progetto “Vault”, una piattaforma proprietaria per la gestione e la tracciabilità certificata dei documenti nelle operazioni di M&A, due diligence e compliance che registra in modo immodificabile ogni attività sui file condivisi, con data room e chat integrata, riducendo il rischio professionale e ottimizzando la gestione documentale.

Nel corso dell’evento è stato dato spazio anche ad alcuni approfondimenti editoriali, segnale di vivacità che testimonia l’attuale fermento del mondo professionale, desideroso di esternare e scrivere su sé stesso.

 

*L’edizione 2025-26 dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della POLIMI School of Management è stata realizzata con il supporto di ANC – Associazione Nazionale Commercialisti, ANCL – Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro, ANF – Associazione Nazionale Forense, Confprofessioni, CNDCEC – Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, FNC – Fondazione Nazionale dei Commercialisti, Ordine dei Consulenti del Lavoro – Consiglio Provinciale di Milano, ODCEC Milano – Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano, Pontificia Università Antonianum – Dipartimento delle Libere Professioni, Sportello Digitale, U.NA.P.P.A. – Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative; CL System – Studio Badà, Elibra, Golden Group, Innovation4HR, Poste Italiane, Wolters Kluwer Italia; Aicardi & Partners, Studio Antonietti – Consulente del Lavoro, Studio Babini, Studio BCD Commercialisti, BDO Italia, CDR Advisory STP, Studio Legale Dehò Masserelli, Studio Fabrizio, Studio Garbelli, Studio Gazzani, Studio Dott. Sebastiano Gobbo, Studio Dott. Mauro Nicola, MFLaw Società tra Avvocati per Azioni, Studio Micci, Studio Mortandello, Studio Piscaglia – Consulenti del Lavoro, Studio Previti Associazione Professionale, Toffoletto De Luca Tamajo e Soci.

[1] Si considerano le seguenti tecnologie di base: sito internet dello studio, pagina social dello studio, timesheet, portale per la condivisione documentale con i clienti, portale per la condivisione di attività con i clienti, rete VPN

[2] Si considerano le seguenti tecnologie di base: sito internet dello studio, pagina social dello studio, timesheet, portale per la condivisione documentale con i clienti, portale per la condivisione di attività con i clienti, rete VPN

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