Infrastrutture come piattaforme di dati in breve

  • Le infrastrutture intelligenti non sono semplicemente asset dotati di sensori: diventano piattaforme quando i dati raccolti vengono integrati, interpretati e trasformati in decisioni e servizi.
  • Nel 2025 il mercato italiano delle infrastrutture intelligenti ha raggiunto 1,36 miliardi di euro, +16% rispetto al 2024, stando ai dati dell’Osservatorio Digital & Smart Infrastructures della School del Management del Politecnico di Milano.
  • Il valore del dato emerge soprattutto quando collega monitoraggio, manutenzione, pianificazione e servizi, superando la logica dei sistemi isolati.
  • Per scalare servono interoperabilità, governance, Cybersecurity e collaborazione tra gestori, istituzioni e imprese tecnologiche, non soltanto nuove tecnologie.

Questo articolo approfondisce la ricerca dell’Osservatorio Digital & Smart Infrastructures, dedicato alla trasformazione delle grandi opere attraverso connettività, dati e nuovi ecosistemi digitali. Il focus è sul passaggio dall’infrastruttura come asset fisico all’infrastruttura come piattaforma capace di generare servizi e valore lungo tutto il ciclo di vita.

Perché le infrastrutture stanno diventando piattaforme di dati

Strade, ponti, reti energetiche, acquedotti e altre grandi opere sono sempre più dotati di sensori, sistemi di comunicazione e strumenti di analisi. Ma installare tecnologia non basta a rendere un’infrastruttura davvero data-driven. Il cambio di paradigma avviene quando le informazioni raccolte vengono integrate in un sistema capace di supportare decisioni operative, manutenzione e nuovi servizi.

La trasformazione riguarda quindi il modo stesso in cui l’opera viene progettata e gestita. L’asset fisico continua a essere centrale, ma al suo fianco cresce un livello digitale che ne rende osservabili condizioni, prestazioni e interazioni con l’ambiente circostante.

Secondo la Ricerca 2026 dell’Osservatorio, nel 2025 il mercato italiano delle Digital & Smart Infrastructure ha raggiunto 1,36 miliardi di euro, con una crescita del 16% rispetto al 2024. La spesa riguarda tecnologie digitali applicate alle grandi infrastrutture e riflette un’accelerazione sostenuta da investimenti pubblici e privati, progetti PNRR e programmi europei.

Come cambia il modello di creazione del valore

Nel modello tradizionale, il valore di una grande opera viene associato soprattutto alla capacità di svolgere la propria funzione in modo sicuro e affidabile nel tempo. La digitalizzazione aggiunge una seconda dimensione: l’infrastruttura può continuare a generare valore attraverso i dati prodotti durante il suo utilizzo.

Il gestore può conoscere meglio lo stato dell’asset e programmare gli interventi. Le istituzioni possono utilizzare informazioni più aggiornate per pianificare il territorio e gestire le emergenze. Imprese tecnologiche e operatori possono costruire servizi a partire dai dati disponibili. Gli utenti, infine, possono ricevere informazioni più tempestive e affidabili.

Il valore non coincide quindi con la vendita del dato grezzo. Nasce dalla capacità di trasformare dato, analisi e decisione in un processo continuo che migliora il funzionamento dell’infrastruttura o abilita un servizio utile a uno o più attori dell’ecosistema.

Come si passa dai sensori a una piattaforma di servizi

La disponibilità di molti sensori non produce automaticamente innovazione. Se le informazioni rimangono chiuse in sistemi separati, il loro utilizzo resta limitato. Per creare una piattaforma occorre invece collegare raccolta sul campo, connettività, elaborazione, piattaforme dati e processi decisionali.

È questo il passaggio dai singoli dispositivi a una vera filiera del dato. Le informazioni vengono acquisite dagli asset, trasmesse attraverso le reti, integrate con altre fonti e rese utilizzabili da chi deve prendere una decisione o attivare un servizio.

La logica vale in ambiti differenti. Nelle reti stradali i dati possono alimentare servizi di mobilità e manutenzione; nelle infrastrutture energetiche possono supportare monitoraggio, resilienza e gestione delle reti; nei ponti e nelle gallerie possono contribuire a individuare anomalie e programmare gli interventi.

La piattaforma diventa quindi il punto in cui tecnologia e processo si incontrano: il dato acquisisce valore solo quando viene contestualizzato e collegato a un’azione concreta.

Come i dati migliorano monitoraggio e manutenzione delle infrastrutture

Uno degli ambiti in cui il valore della gestione data-driven è più misurabile è lo Structural Health Monitoring. I sistemi SHM utilizzano sensori, piattaforme dati e algoritmi di analisi per osservare lo stato delle opere, individuare anomalie e programmare interventi più tempestivi.

Il tema è particolarmente rilevante in Italia, dove la rete comprende oltre 840.000 km di strade, più di 60.000 ponti e oltre 2.200 gallerie. Disporre di informazioni aggiornate può aiutare a superare una gestione basata prevalentemente su ispezioni periodiche e interventi reattivi.

Nel modello sviluppato dall’Osservatorio su un ponte stradale a larga campata, il livello più avanzato di sensorizzazione consente di stimare fino al 30% di riduzione dei costi diretti di manutenzione, fino al 45% dei costi per gli utenti e fino al 40% del costo di rischio residuo. Complessivamente, il risparmio lungo il ciclo di vita dell’opera può arrivare al 21%.

Il punto non è sostituire l’intervento tecnico con il dato, ma rendere la manutenzione più mirata, preventiva e coerente con le condizioni reali dell’asset. È un esempio concreto di come una piattaforma informativa possa generare valore operativo ed economico.

Perché le Smart Road sono un esempio di infrastruttura-piattaforma

Le Smart Road mostrano con chiarezza come il valore possa spostarsi dalla singola tecnologia all’ecosistema. Una strada connessa non raccoglie soltanto informazioni sul traffico: può comunicare con veicoli, reti digitali e altri soggetti, trasformando la rete stradale in una base per servizi di mobilità, sicurezza e gestione.

Nel 2025 la spesa italiana per la digitalizzazione delle Smart Road ha raggiunto 240 milioni di euro, in crescita del 17%. Tra i casi analizzati dalla Ricerca rientrano la quarta corsia dinamica della A4 Milano-Bergamo, la dorsale E45-E55 con sistemi V2X, l’A2 Autostrada del Mediterraneo con oltre 800 postazioni tecnologiche e la SS51 di Alemagna con monitoraggio meteo-ambientale.

L’Osservatorio ha inoltre analizzato 176 progetti Smart Road a livello internazionale, individuando un’evoluzione in tre stadi: dalla tecnologia applicata all’infrastruttura, alla gestione strutturata dei dati, fino a un ecosistema integrato di servizi digitali.

Il terzo livello è quello che chiarisce meglio il concetto di piattaforma: il gestore non deve soltanto raccogliere informazioni, ma permettere a più attori di utilizzarle in modo coordinato per costruire servizi affidabili.

Perché interoperabilità e standard sono decisivi

Una piattaforma infrastrutturale può funzionare solo se sistemi e soggetti differenti riescono a dialogare. Il problema non riguarda la quantità di informazioni disponibili, ma la loro frammentazione tra tecnologie, operatori e architetture diverse.

Per questo l’evoluzione delle Smart Infrastructure richiede interoperabilità, standardizzazione e architetture capaci di collegare fonti differenti. Senza questa base, il rischio è moltiplicare i sistemi digitali senza riuscire a costruire una vista integrata dell’infrastruttura.

Inoltre, si evidenzia anche la difficoltà di far dialogare il mondo operativo, spesso composto da sistemi legacy e protocolli eterogenei, con le piattaforme ICT più recenti. La risposta passa sempre più da livelli intermedi di integrazione che rendono i dati leggibili e utilizzabili da sistemi diversi.

L’obiettivo non è uniformare ogni tecnologia, ma rendere interoperabile il dato così che possa attraversare l’ecosistema senza perdere affidabilità, significato e controllo.

Come cambia la governance del dato nelle infrastrutture

Quando l’infrastruttura diventa una piattaforma, cresce anche la responsabilità su come le informazioni vengono raccolte e utilizzate. Occorre stabilire dove risiede il dato, chi può accedervi, con quali finalità viene condiviso e chi ne garantisce qualità e continuità.

Questi aspetti diventano ancora più importanti quando i dati provengono da asset critici o vengono condivisi tra gestori, istituzioni, fornitori e operatori esterni. Una piattaforma utile deve quindi essere anche governabile: non basta che il dato circoli, deve essere chiaro chi ne controlla il ciclo di vita.

La governance assume inoltre un valore industriale. Dati affidabili e ben gestiti permettono di alimentare modelli predittivi, Digital Twin, sistemi di Intelligenza Artificiale e processi decisionali più avanzati. Una base informativa fragile limita invece il valore di tutte le tecnologie costruite sopra di essa.

Perché la Cybersecurity deve essere progettata insieme alla piattaforma

La crescita della connettività aumenta il valore dell’infrastruttura, ma amplia anche la superficie di rischio. Sensori, reti, piattaforme e sistemi di controllo diventano punti che devono essere protetti lungo l’intera filiera del dato.

Per questo la Cybersecurity non può essere aggiunta a valle del progetto. Deve essere pensata by design, insieme alla connettività e alla gestione dei dati, soprattutto quando un malfunzionamento digitale può produrre conseguenze sulla continuità del servizio o sulla sicurezza fisica.

Il tema emerge con forza nelle infrastrutture energetiche, dove monitoraggio, reti di comunicazione e piattaforme di gestione sono sempre più connessi. La resilienza digitale diventa così parte della resilienza complessiva dell’infrastruttura.

Chi crea valore nell’ecosistema delle infrastrutture data-driven

La trasformazione verso piattaforme di dati coinvolge una filiera più ampia rispetto alla gestione tradizionale dell’opera. I gestori mantengono un ruolo centrale, ma devono collaborare con imprese tecnologiche, operatori di telecomunicazione, progettisti, istituzioni e soggetti che possono sviluppare servizi a partire dai dati.

Anche le startup contribuiscono a questa evoluzione. L’Osservatorio ha censito 218 startup attive a livello globale, che nel 2025 hanno raccolto 594 milioni di dollari, in crescita del 6% rispetto all’anno precedente e del 20% negli ultimi due anni.

Le principali aree di sviluppo sono piattaforme digitali e Data Analytics (32%), sensoristica IoT (18%) e Intelligenza Artificiale (17%). La distribuzione delle iniziative mostra come il valore si stia spostando dalla sola componente fisica verso strumenti capaci di interpretare i dati e collegarli a processi e servizi.

La competitività dell’ecosistema dipende quindi dalla capacità di far collaborare competenze differenti intorno alla stessa infrastruttura informativa, evitando che tecnologia, dati e decisioni rimangano in silos separati.

Dall’asset fisico a un ecosistema di servizi

Trasformare un’infrastruttura in una piattaforma di dati non significa semplicemente aumentare il numero di sensori o automatizzare più attività. Significa costruire un sistema in cui le informazioni raccolte vengono integrate, protette e utilizzate per migliorare decisioni, manutenzione e servizi.

La sfida principale è passare dalla disponibilità del dato alla sua orchestrazione. Interoperabilità, governance, Cybersecurity e collaborazione diventano condizioni essenziali per trasformare la digitalizzazione in valore condiviso.

Le infrastrutture più mature saranno quindi quelle capaci di collegare il mondo fisico a un livello digitale continuo, nel quale dati e tecnologie non restano componenti isolate ma diventano la base per servizi più sicuri, efficienti e adattabili.

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