Il Responsabile Sostenibilità è la figura aziendale responsabile di presidiare gli impatti che le attività d’impresa generano su persone, ambiente e governance. Eppure, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, questa figura resta sistematicamente ai margini delle decisioni tecnologiche più rilevanti.
L’adozione dell’AI in azienda non è una questione puramente tecnologica: riguarda occupazione, diritti dei lavoratori, discriminazioni algoritmiche, responsabilità del prodotto e gestione della catena di fornitura; tutti ambiti che rientrano per definizione nel perimetro della sostenibilità e che richiedono un presidio strategico specifico
La risposta più avanzata a questa sfida passa per una governance integrata dell’AI: scegliere modelli efficienti dal punto di vista energetico, privilegiare provider con data center alimentati da fonti rinnovabili, adottare small language model specializzati e presidiare sistematicamente tutto ciò che viene sviluppato, evitando che l’AI diventi una black box senza responsabili
Secondo la ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable della School of Management del Politecnico di Milano, solo il 6% delle imprese italiane ha nominato un responsabile dedicato alla sinergia tra digitale e sostenibilità
Questo articolo analizza perché il responsabile sostenibilità è ancora assente dai tavoli decisionali sull’Intelligenza Artificiale, quali rischi ESG l’AI introduce nelle organizzazioni e quale modello di governance permette di trasformare l’innovazione tecnologica in un alleato (e non in una minaccia) per la sostenibilità aziendale. Le evidenze e i dati riportati si basano sulla Ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable della School of Management del Politecnico di Milano, punto di riferimento in Italia per l’analisi della sinergia tra innovazione digitale e sostenibilità nelle imprese.
Perché il responsabile sostenibilità è ancora assente dalle decisioni sull’AI
Innovazione e sostenibilità, nelle organizzazioni, spesso non dialogano. Il responsabile sostenibilità è ancora poco inserito nei processi decisionali legati all’adozione dell’AI, e questo per ragioni strutturali: mancanza di competenze tecnologiche specifiche, distanza culturale dalle funzioni di innovazione e una collocazione nell’organigramma che spesso lo relega alla compliance normativa o alla comunicazione esterna.
I dati confermano questa frammentazione: sebbene due aziende su tre dispongano di responsabili sia per il digitale sia per la sostenibilità, i team dedicati al digitale sono presenti nell’85% delle imprese contro il 63% di quelle che presidiano la sostenibilità con risorse strutturate. Il divario organizzativo è evidente, e si amplifica ulteriormente quando si tratta di far convergere le due funzioni.
Quali rischi dell’AI dovrebbe presidiare il responsabile sostenibilità
L’AI non è solo una questione tecnologica: è una questione di impatto. E l’impatto – su lavoratori, comunità, fornitori, consumatori – è esattamente il dominio di competenza del responsabile sostenibilità.
Fabrizio Fiocchi, CEO e co-founder di Esgeo, ha tracciato con chiarezza i confini del problema durante il Convegno dei Risultati di Ricerca dell’Osservatorio:
“Innanzitutto, il CSR Manager dovrebbe avere un ruolo al tavolo delle decisioni, perché mi sembra che, in questo momento, l’AI stia generando la trasformazione più impattante, di cui non ci siamo ancora resi pienamente conto, con effetti sull’occupazione, sulla tutela dei diritti e sulle discriminazioni. Sarà con ogni probabilità il tema centrale dei prossimi anni, ma oggi, nella maggior parte dei casi, a quel tavolo non siede il CSR Manager. Quando in azienda si deve decidere se adottare un agente generalista che faccia tutto oppure integrare più agenti specializzati nei processi, si tratta di scelte che incidono su tutta l’azienda e sul benessere dei lavoratori, e, ad oggi, il CSR Manager è poco coinvolto in questa dialettica. Gli impatti potenziali sono molteplici e rientrano tutti nei temi materiali che le imprese hanno identificato negli anni: occupazione e diritti dei lavoratori, discriminazioni algoritmiche, responsabilità del prodotto, gestione dei fornitori. A questi si aggiunge il rischio di allucinazioni nei modelli generativi, che possono produrre output errati, con conseguenze dirette per gli utenti finali”.
Come stanno rispondendo le imprese più avanzate
Alcune imprese hanno già intrapreso un percorso di integrazione che vale come riferimento. A2A, attraverso la creazione di A2A Life Ventures (una struttura che unisce innovazione, R&D e Intelligenza Artificiale) ha scelto di non trattare l’AI come una funzione separata dal business, ma come una leva trasversale che deve rispondere anche a obiettivi di sostenibilità.
Alice Guerini, Head of AI Factory di A2A, durante il Convegno dell’Osservatorio, ha illustrato un approccio articolato su tre direttrici: strategica, tecnologica e di governance. Sul piano tecnologico, questo significa privilegiare il riuso dei modelli esistenti invece di svilupparne di nuovi ogni volta, scegliere provider che alimentano i propri Data Center con energia rinnovabile – preferibilmente localizzati in paesi nordici europei – e adottare small language model altamente specializzati per task circoscritti, riducendo significativamente il consumo energetico rispetto ai grandi modelli generalisti.
Sul piano della governance, significa presidiare sistematicamente tutto ciò che viene sviluppato in ottica di sostenibilità globale, impedendo che l’AI diventi una black box senza responsabili.
Cosa dicono i dati sulla relazione tra digitale e sostenibilità nelle imprese italiane
I numeri dell’Osservatorio Digital & Sustainable fotografano un sistema ancora squilibrato. Il 78% delle imprese italiane investe in modo significativo sia nel digitale sia nella sostenibilità, e il 64% utilizza le tecnologie digitali per supportare obiettivi ESG. Ma la relazione è prevalentemente unidirezionale: solo il 42% si lascia guidare dai criteri di sostenibilità nelle scelte tecnologiche.
In altri termini, le imprese usano il digitale per essere più sostenibili, ma raramente usano la sostenibilità come bussola per decidere quali tecnologie adottare, come e con quali vincoli. Questo squilibrio ha implicazioni dirette sul ruolo del responsabile sostenibilità: finché la sostenibilità non entra nelle decisioni tecnologiche a monte, il responsabile sostenibilità continuerà a intervenire a valle, gestendo impatti già prodotti invece di prevenirli in fase di progettazione.
Quale dovrebbe essere il nuovo perimetro del responsabile sostenibilità nell’era dell’AI
La risposta non è semplice, ma la direzione è chiara. Il responsabile sostenibilità deve smettere di essere una funzione reattiva e diventare una funzione proattiva, presente nei momenti decisionali che contano: quando si sceglie un modello AI, quando si definisce l’architettura di un agente autonomo, quando si valuta l’impatto occupazionale di un’automazione. Come ha ricordato Fiocchi, le aziende che hanno già fatto questa scelta – strutturando un presidio stabile tra innovazione e sostenibilità – mostrano una maggiore capacità di governare le conseguenze inattese dell’AI, invece di subirle.
L’obiettivo non è frenare l’innovazione, ma garantire che venga introdotta con lucidità e con una visione di lungo periodo, capendo dove arrivano i benefici, chi li riceve e quali rischi si assumono. Nei prossimi anni, con l’AI che continuerà a penetrare ogni funzione aziendale, questa capacità di governance non sarà un’opzione, sarà una condizione di competitività.
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