La Sostenibilità dei Low Hanging Fruits in breve

  • Per Low Hanging Fruits si intendono quegli obiettivi di sostenibilità facilmente raggiungibili perché naturalmente allineati con la logica di profitto, come la minimizzazione dei consumi energetici o della produzione di scarti
  • Accanto a questi esistono obiettivi di sostenibilità in cui profitto e impatto sono vettori opposti: ogni unità di impatto generata comporta un costo in termini di redditività. Sono i “frutti alti dell’albero”, che riguardano temi come i diritti dei lavoratori lungo la catena di fornitura, la biodiversità o l’inclusione sociale
  • Il risultato di questa selezione è una sostenibilità conformista: si investe quando c’è un ritorno economico diretto o una pressione normativa, ma non per affrontare le sfide strutturali più complesse
  • Secondo la ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable della School of Management del Politecnico di Milano, le prime motivazioni agli investimenti ESG delle imprese italiane riguardano la reputazione e l’immagine, l’accesso a nuovi mercati e l’accesso a finanziamenti

Questo articolo analizza cosa significa concretamente la sostenibilità dei Low Hanging Fruits, perché questa strategia rappresenti un rischio competitivo nel lungo periodo e quale percorso permette alle imprese di andare oltre il conformismo ESG. Le evidenze riportate si basano sulla ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable, punto di riferimento in Italia per l’analisi della sinergia tra innovazione digitale e sostenibilità nelle imprese.

Cosa si intende per “sostenibilità dei Low Hanging Fruits”

L’immagine dell’albero della sostenibilità è tanto semplice quanto potente. Immaginate un albero i cui frutti rappresentano obiettivi di sostenibilità, come ridurre le emissioni di CO2, combattere la dispersione scolastica, garantire condizioni di lavoro dignitose nella catena di fornitura o tutelare la biodiversità.

Questi frutti non si trovano tutti alla stessa altezza. Alcuni sono in basso, facilmente accessibili e, soprattutto, si trovano in un punto dell’albero in cui profitto e impatto sono vettori con stesso verso: generare benefici per ambiente o società garantisce dei ritorni economici diretti.

Altri frutti si trovano più in alto, richiedono sforzo per essere raggiunti e si collocano in una zona in cui i due vettori hanno verso opposto: ogni unità di impatto generata costa un’unità di profitto.

Secondo Mario Calderini, professore ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano: “Guardando agli ultimi vent’anni di sostenibilità aziendale, le imprese si sono accontentate di cogliere i frutti bassi: hanno selezionato gli obiettivi in cui era più facile trovare coerenza tra profittabilità e impatto, ignorando sistematicamente quelli in cui quella coerenza non esisteva. Di fronte agli obiettivi più difficili – quelli in cui profitto e impatto erano in conflitto – la risposta è stata duplice: o delegare la questione alla funzione CSR, lontano dal core business e su piccola scala, oppure far finta che non esistessero. Il risultato è che la sostenibilità, fino ad oggi, è stata deludente rispetto alla sua capacità trasformativa.”

Come si manifesta il conformismo ESG nelle imprese italiane

I dati dell’Osservatorio Digital & Sustainable restituiscono un quadro coerente con questa lettura. Il 78% delle imprese italiane investe in modo significativo sia nel digitale sia nella sostenibilità, e in oltre nove casi su dieci i progetti legati a queste tematiche vengono approvati dal top management: segnali apparentemente molto positivi, che tuttavia nascondono una selettività strategica di fondo.

Le motivazioni che spingono le imprese a investire in sostenibilità sono, nell’ordine:

  • reputazione e immagine;
  • accesso a nuovi mercati;
  • accesso a finanziamenti pubblici o privati.

La conformità normativa, invece, viene indicata da pochissime imprese come driver principale. La lettura di questi dati rivela un pattern chiaro: si investe dove c’è un ritorno percepibile e diretto, non dove l’impatto sarebbe più profondo e trasformativo.

Questo è, nella sua essenza, il conformismo ESG: un approccio che non mette in discussione le logiche di mercato, ma si adatta ad esse scegliendo gli obiettivi più compatibili con la profittabilità di breve periodo.

Perché questa strategia è un rischio competitivo nel lungo periodo

La sostenibilità conformista non produce sostenibilità trasformativa. Le imprese che hanno costruito la propria strategia ESG sul cherry picking degli obiettivi facili hanno guadagnato reputazione nel breve termine, ma non hanno costruito un vantaggio competitivo durevole né hanno contribuito in modo significativo alla risoluzione delle sfide sistemiche che il contesto attuale impone.

I dati sulla sinergia tra digitale e sostenibilità lo mostrano chiaramente: se il 64% delle imprese utilizza il digitale per raggiungere obiettivi ESG, mentre solo il 42% si lascia guidare dalla sostenibilità nelle scelte tecnologiche, e appena il 6% ha nominato un responsabile dedicato alla sinergia tra i due ambiti.

Questa asimmetria organizzativa non è neutrale: riflette una visione in cui la sostenibilità rappresenta ancora uno strumento a servizio del business, invece di essere la bussola che orienta le decisioni strategiche più profonde. E quando la sostenibilità rimane periferica rispetto al core business, i frutti alti dell’albero restano inevitabilmente fuori portata.

Come si pongono le startup nei confronti della Sostenibilità dei Low Hanging Fruits

Vale la pena allargare lo sguardo oltre le grandi imprese, perché il fenomeno dei Low Hanging Fruits emerge con forza anche nell’ecosistema delle startup.

L’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano ha analizzato oltre 1.000 startup digitali attive in ambito sostenibilità a livello globale, con una raccolta complessiva di circa 4,1 miliardi di dollari di finanziamenti.

Le aree di maggiore concentrazione sono la gestione del rischio e l’efficienza nell’uso delle risorse, due ambiti dove la sostenibilità e la logica di business sono naturalmente allineate e dove l’Intelligenza Artificiale (tecnologia più utilizzata, presente in circa due startup su cinque) offre ritorni misurabili nel breve periodo.

Le aree meno presidiate, invece, sono proprio quelle dove l’impatto sarebbe più trasformativo ma il ritorno economico meno immediato:

  • biodiversità
  • diritti umani
  • etica d’impresa

Il messaggio è chiaro: anche le startup, che per definizione dovrebbero essere agenti di disruption, mostrano un approccio alla sostenibilità prevalentemente conformista, che si adatta alle logiche di mercato invece di metterle in discussione.

Come oltrepassare il conformismo ESG: il percorso per le imprese

Andare oltre i frutti bassi richiede, prima di tutto, il coraggio di riconoscere apertamente che esistono obiettivi di sostenibilità in cui la tensione con la profittabilità è reale e non risolvibile con semplici retoriche di allineamento.

Il percorso che si evidenzia passa attraverso l’innovazione come disintermediatore del conflitto tra impatto e profitto: non la sostenibilità che dematerializza i processi o ottimizza i consumi energetici degli uffici, ma quella che usa la tecnologia digitale per aprire mercati nuovi su obiettivi che sembravano irraggiungibili.

Questo richiede un purpose aziendale solido, una funzione sostenibilità collocata al centro delle decisioni strategiche e non ai margini del core business e la volontà di investire nelle competenze necessarie per navigare la complessità invece di aggirarla.

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