Le auto a guida autonoma sono veicoli capaci di percepire l’ambiente e muoversi senza intervento umano, grazie all’integrazione di sensori, Intelligenza Artificiale e connettività, classificati dalla SAE in sei livelli di automazione crescente
I benefici attesi spaziano dalla riduzione degli incidenti stradali, all’efficienza delle flotte, al calo delle emissioni e a una mobilità più accessibile
Lo sviluppo di robotaxi e robosharing, secondo le stime dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility della School of Management del Politecnico di Milano, potrebbe generare in Italia fino a 6,1 miliardi di euro di benefici entro il 2050, con una riduzione fino al 90% dei feriti nei servizi di mobilità professionale e 900.000 auto in meno nelle città
Nonostante il potenziale, la diffusione su larga scala in Europa resta frenata da ostacoli normativi, assicurativi e sociali che richiedono ancora soluzioni strutturali
Questo articolo, a cura dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, ripercorre cosa sono le auto a guida autonoma e come funzionano, illustra i livelli di automazione SAE, quantifica i benefici attesi per l’Italia e mappa le sfide che ne condizioneranno la diffusione in Europa.
Cosa sono le auto a guida autonoma
Un’auto a guida autonoma (o self-driving car) è un veicolo in grado di percepire l’ambiente circostante e di muoversi con un intervento umano ridotto o, nei casi più avanzati, nullo.
A differenza dei sistemi di assistenza alla guida tradizionali, che si limitano a supportare il conducente, un veicolo autonomo punta a sostituirlo nelle operazioni di guida: accelerare, frenare, sterzare, riconoscere ostacoli, interpretare la segnaletica e prendere decisioni in tempo reale.
L’obiettivo non è soltanto la comodità, ma soprattutto la rimozione del fattore umano dall’equazione della sicurezza stradale. La grande maggioranza degli incidenti dipende infatti da errori di guida, distrazione o comportamenti scorretti delle persone al volante.
Come funzionano le auto a guida autonoma
Un veicolo autonomo opera attraverso un ciclo continuo che si può riassumere in quattro fasi: percepire, localizzarsi, decidere e agire.
Percezione: è la fase in cui l’auto “vede” l’ambiente, grazie a sensori complementari che si coprono a vicenda i punti deboli:le telecamere riconoscono colori, segnali stradali e linee di
carreggiata;i radar misurano distanza e velocità degli altri veicoli anche con pioggia, nebbia o buio;i sensori LiDAR, con impulsi laser, ricostruiscono una mappa tridimensionale e dettagliata dello spazio circostante;
i sensori a ultrasuoni gestiscono gli ostacoli vicini nelle manovre lente, come il parcheggio.
Tutti questi flussi vengono integrati in un unico modello dell’ambiente attraverso la sensor fusion. Sono in larga parte gli stessi sensori su cui si basano i sistemi ADAS (acronimo di Advanced Driver Assistance Systems), che comprendono frenata automatica di emergenza, mantenimento di corsia, cruise control adattivo, riconoscimento della segnaletica. Sono tecnologie già diffuse oggi che assistono il conducente e costituiscono il mattone di partenza verso l’automazione completa.
Localizzazione: il veicolo combina il GPS con mappe ad alta definizione e sensori inerziali (giroscopi e accelerometri) per posizionarsi con precisione centimetrica, ben superiore a quella di un normale navigatore satellitare.
Decisione: algoritmi di Intelligenza Artificiale e Machine Learning elaborano l’ambiente percepito, prevedono il comportamento di pedoni e altri veicoli, pianificano la traiettoria e scelgono la manovra più sicura.
Azione: le decisioni vengono tradotte in comandi fisici sui sistemi di guida: sterzo, freni e acceleratore vengono controllati elettronicamente (drive-by-wire) per eseguire la manovra.
A questo si aggiunge sempre più spesso la connettività V2X (vehicle-to-everything), che consente al veicolo di scambiare informazioni con altri mezzi, con l’infrastruttura stradale e con i servizi di mobilità, ampliando la quantità di dati disponibili oltre il raggio dei sensori di bordo.
Quali sono i livelli di guida autonoma
Lo standard di riferimento internazionale, definito dalla SAE (acronimo di Society of Automotive Engineers), distingue sei livelli di automazione, dal Livello 0 al Livello 5.
Al Livello 0 non c’è alcuna automazione: il conducente controlla interamente il veicolo, eventualmente assistito solo da avvisi.
Al Livello 1 un singolo sistema interviene su sterzo oppure velocità, come il cruise control adattivo.
Al Livello 2 il veicolo gestisce contemporaneamente sterzo e velocità in determinate condizioni, ma il conducente deve mantenere sempre attenzione e mani pronte sul volante. Si tratta del livello più diffuso oggi sulle auto in commercio.
Al Livello 3 avviene il salto qualitativo, in quanto il veicolo può guidarsi da solo in condizioni specifiche e il conducente può distogliere l’attenzione, pur restando pronto a riprendere il controllo se richiesto.
Al Livello 4 l’auto è completamente autonoma all’interno di un’area o di condizioni delimitate (per esempio in città o su determinate tratte) senza che sia necessario alcun intervento umano. È il livello su cui operano oggi i servizi di robotaxi.
Il Livello 5 rappresenta l’automazione totale in qualsiasi condizione e su qualsiasi strada, senza pedali né volante: un traguardo ancora da raggiungere su scala diffusa.
Quali sono i vantaggi della guida autonoma
I benefici attesi dalla guida autonoma si muovono su più piani.
Sicurezza stradale: eliminando l’errore umano – principale causa di incidenti – i sistemi autonomi riducono il tasso di feriti per chilometro;
Efficienza della flotta: l’uso più intensivo dei mezzi permette di soddisfare la stessa domanda di mobilità con una flotta ridotta rispetto a quella attuale: meno veicoli in circolazione e quindi anche meno rischio complessivo.
Riduzione delle emissioni: flotte più sfruttate, stile di guida ottimizzato e minor numero di auto private si traducono in un calo dell’inquinamento.
Accessibilità: una mobilità che non richiede un conducente può servire anche chi non può guidare (anziani, persone con disabilità, chi vive in aree mal collegate).
Recupero di tempo: chi viaggia non deve più concentrarsi sulla guida e può usare il tempo a bordo per altro.
Secondo le stime dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, lo sviluppo di servizi di robotaxi e robosharing potrebbe generare in Italia fino a 6,1 miliardi di euro di benefici complessivi entro il 2050. L’impatto più immediato riguarda la sicurezza. L’eliminazione del fattore umano riduce il tasso di feriti per chilometro fino al 70% rispetto ai veicoli tradizionali, mentre l’uso più intensivo dei mezzi consente di servire la stessa domanda con una flotta ridotta a circa un terzo di quella attuale. Combinando i due effetti si arriva fino al 90% di feriti in meno nei servizi di mobilità professionale.
Inoltre, man mano che i servizi diventano più efficienti e le tariffe scendono (la soglia di convenienza rispetto all’auto privata è intorno a 1,5 €/km) sempre più famiglie tendono a rinunciare alla seconda automobile. Già oggi, sempre secondo i dati della Ricerca dell’Osservatorio, il 54% degli italiani dichiara di voler utilizzare un’auto a guida autonoma, con una preferenza per gli spostamenti ripetitivi come la tratta casa-lavoro.
Applicata a un parco urbano di circa 18 milioni di veicoli, questa trasformazione delle abitudini porterebbe a circa 900.000 auto in meno nelle città, 100.000 feriti evitati, 41.000 tonnellate di emissioni evitate e un costo sociale risparmiato di 5,9 miliardi di euro.
Dove sta andando il mercato della guida autonoma
Il comparto della guida autonoma sta attraversando una fase di rapida maturazione commerciale, con investimenti e lanci che si susseguono a ritmo serrato. Tra le mosse più significative a livello globale, Uber ha dichiarato l’obiettivo di raggiungere 35.000 auto a guida autonoma entro la fine del 2026, un traguardo che testimonia la velocità con cui il mercato si sta consolidando.
Parallelamente, Tesla ha portato la guida autonoma di Livello 2 supervisionato in Europa, con attivazioni già avvenute nei Paesi Bassi e in Lituania e l’obiettivo dichiarato di coprire progressivamente tutti i Paesi dell’Unione.
Sul fronte italiano, segnali di interesse arrivano anche dal tessuto imprenditoriale: la startup NewLynx ha raccolto 38 milioni di euro, confermando che la partita non si gioca soltanto oltre oceano.
Sul piano strategico si stanno consolidando grandi alleanze tra player di natura molto diversa. I principali costruttori automobilistici stringono partnership con le piattaforme di sharing come Lyft, Uber, Grab e Bolt, integrandovi attori specializzati nello sviluppo di Intelligenza Artificiale. Alcuni operatori scelgono di presidiare più segmenti contemporaneamente, mentre altri (come Tesla) privilegiano una strada proprietaria e verticalmente integrata.
Va tuttavia segnalata una tensione strutturale: l’industria automobilistica europea tradizionale mostra scarso interesse ad andare oltre il Livello 2+, poiché è il livello che si presta meglio alla vendita diretta al consumatore finale. Questa posizione rischia di frenare l’ecosistema europeo proprio nel momento in cui altri mercati accelerano.
Auto a guida autonoma in Europa: a che punto siamo
Il gap nella diffusione reale della guida autonoma tra le diverse aree geografiche è ancora molto marcato. Negli Stati Uniti si contano già oltre 450.000 corse commerciali a settimana con veicoli autonomi e in Cina circa 250.000, mentre l’Unione Europea è ancora in una fase di sperimentazione, frenata da ostacoli normativi e da un livello di investimenti dedicati ancora insufficiente. Guardando alle previsioni sui tre principali ambiti applicativi – l’autopilot L3 in autostrada, il L4 urbano e il robotaxi L4-L5 – per l’Europa si stimano lanci commerciali tra il 2030 e il 2035, con un ritardo di quattro-sei anni rispetto a Stati Uniti e Cina.
Un segnale positivo viene comunque dalla Croazia, dove dal marzo 2026 è attivo a Zagabria il primo servizio di robotaxi europeo, frutto della collaborazione tra Pony AI, Uber e la startup Verne. È la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo anche all’interno dell’Unione, sebbene in modo ancora frammentato.
Sul fronte degli use case, l’Osservatorio rileva che il 53% dei progetti censiti si basa sul modello robotaxi, mentre crescono le iniziative legate al robo-sharing, al remote driving e alle navette su percorsi urbani predefiniti. È ormai chiaro che il primo ambito di applicazione su larga scala della guida autonoma L4 non sarà l’auto privata – penalizzata da costi elevati e scarsa redditività per i produttori – bensì proprio i servizi di mobilità condivisa.
Quali sono le sfide all’implementazione della guida autonoma
In Europa restano aperte sfide che condizioneranno la velocità e la forma dell’adozione su larga scala. Vediamo le principali.
Normativa: in Europa il principale ostacolo all’espansione non è tecnologico ma regolatorio. La normativa attuale impone un tetto di 1.500 veicoli per anno per ogni nuova omologazione, un limite che l’industria ha già identificato come un freno strutturale alla scalabilità del mercato. Per superarlo, la Commissione Europea sta lavorando all’adozione, a giugno 2026 in sede ONU, di un nuovo regolamento globale che copra tutti i livelli di guida autonoma, mentre sul piano interno si muove verso la costruzione di un mercato unico europeo con permessi di test riconosciuti a livello sovranazionale.
Assicurazione: assicurare un veicolo immatricolato senza conducente è già oggi proibitivo in termini di costi e di disponibilità degli assicuratori ad assumere il rischio. Ciò rende necessario un ripensamento radicale dei modelli attuali, prima ancora che le flotte autonome possano scalare.
Dimensione sociale: mentre Stati Uniti e Asia puntano rispettivamente sui robotaxi commerciali e sui servizi di natura pubblica, gli stakeholder europei chiedono prevalentemente trasporto pubblico complementare, ossia uno strumento di inclusività e accesso alla mobilità per anziani, persone con disabilità e residenti in aree malservite. Un’analisi approfondita su questi destinatari reali è ancora assente nel dibattito europeo e viene considerata fondamentale per definire un modello europeo distintivo.
Sperimentazione territoriale: un punto di convergenza emerso nel dibattito è la necessità di creare sandbox (aree geografiche delimitate in cui avviare sperimentazioni reali senza attendere una regolamentazione nazionale o europea completa). In questo contesto, le istituzioni locali non devono subire la sperimentazione ma guidarla, coinvolgendo attivamente i cittadini: i veicoli autonomi sono statisticamente più sicuri, ma gli incidenti possono comunque accadere. La gestione comunicativa e culturale di questi eventi sarà determinante per la fiducia pubblica nella tecnologia.
Nonostante queste sfide, il 2026 segna un’accelerazione difficile da ignorare: lanci commerciali, iter normativi sbloccati dopo anni di stallo e investimenti record stanno ridisegnando rapidamente il perimetro del possibile.
Come sintetizza Giovanni Miragliotta, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, durante il Convgeno dei risultati di Ricerca dell’Osservatorio:
“Il 2026 si sta rivelando un anno spartiacque per la guida autonoma, denso di segnali concreti: lanci commerciali, approvazioni normative attese da anni, investimenti record e una corsa tecnologica che si fa ogni mese più serrata. La domanda non è più se i veicoli autonomi cambieranno la mobilità urbana, ma con quale modello di business, dove e con quale velocità.”
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