L’Innovazione Digitale sempre più al centro di un contesto geopolitico e geoeconomico globale in ebollizione
È sempre meno possibile parlare seriamente di innovazione nelle tecnologie digitali senza inquadrarle nel contesto geopolitico e geoeconomico globale che ne condiziona l’evoluzione. E d’altra parte il controllo delle nuove tecnologie è un fattore divenuto sempre più importante, negli ultimi anni, nella gara per la leadership economico-politico-militare in atto fra Stati Uniti e Cina, una gara in cui (quasi) tutto è ammesso pur di vincere.
“Is China winning the innovation race?” si chiedeva recentemente il Financial Times [FT] in un suo articolo di fondo, che nel sottotitolo “Once the world’s factory, Beijing’s relentless focus on R&D means the country has become the world’s laboratory” sottolineava il profondo cambiamento in atto nel Paese (Fig. 1) e al suo interno indicava le aree di maggior sviluppo – “Many areas of Chinese R&D are at the sharp end of technological competition with the US, including artificial intelligence [AI], robotics and quantum computing, bioscience and pharmaceuticals, aerospace and nuclear weapons” – molte delle quali rilevanti nella messa a punto degli armamenti più avanzati.
E questo passaggio “da fabbrica del mondo a laboratorio del mondo”, insieme con il controllo sulle terre rare e altre materie prime, spiega la forte crescita del suo attivo (Fig.2) nella bilancia commerciale, che sta ovviamente creando squilibri nel commercio mondiale: speculari a quelli che il deficit commerciale statunitense ha provocato, con il rialzo dei dazi da parte di Trump.


Sul versante statunitense, negli stessi giorni, The Wall Street Journal [WSJ] – “America’s Tariffs Jolted the Global Economy. Its AI Spending Is Helping Save It” – notava che:
- i tanto temuti impatti negativi, sull’economia e sugli scambi globali, dei dazi annunciati ad aprile da Trump nel (da lui denominato) Liberation Day erano stati almeno temporaneamente controbilanciati e rinviati nel tempo dagli enormi investimenti in infrastrutture per l’AI (Fig. 3, 4 e 5) effettuati dalle imprese tech, in particolare dalle 4 Big Tech qualificate come “hyperscalers/ hyperspenders”: Amazon, Microsoft e Alphabet-Google (ai primi 3 posti al mondo nel cloud computing) e Meta;
- a tali investimenti era dovuta metà della crescita del PIL statunitense nella prima metà dell’anno;
- la WTO-World Trade Organization aveva rialzato a ottobre al +2,4% – rispetto al +0,9% ad agosto – la previsione di crescita del volume annuo globale degli scambi di merci;
- l’IMF aveva a sua volta rialzato a ottobre al +3,2% – rispetto al +2,8% appena dopo il Liberation Day – la previsione di crescita del PIL mondiale;
- la crescita prevista non era comunque uniforme, ma privilegiava alcuni Stati negli US (tipicamente quelli che ospitavano i data center in allestimento) e due Stati soprattutto nel continente asiatico: Taiwan, leader mondiale nel manufacturing dei chip di qualità più elevata (“Taiwan’s economy roars ahead on back of AI demand – Growth forecast for 2025 raised to 37%, the fastest rate in 15 years”, FT, 28 nov.) e Corea del Sud, leader invece nelle memorie.
Nel confronto/scontro fra US e Cina l’Europa – in ritardo tecnologico oltre che con una governance che la rende molto lenta nelle risposte (come evidenziato nel ben noto Rapporto Draghi sulla competitività europea) – rischia di essere il “vaso di coccio”. “Europe Fears It Can’t Catch Up in Great Power Competition – Continent worries it is becoming biggest loser in new era of transactional politics“, titolava un suo articolo WSJ il 27 novembre, che riprendeva il discorso qualche giorno dopo per evidenziare le carenze europee sul piano della deterrenza e la ricerca di soluzioni rapide (anche quando politicamente imbarazzanti): “Israel’s Latest Military Tech: Tested in Gaza, Wanted by the West – Europeans look to Israel’s arms industry as threat from Russia looms, despite criticizing Israeli conduct during the war”, 4 dicembre.
E sempre il WSJ, il giorno dopo, parlava nel suo articolo di testa della durissima posizione presa dall’amministrazione americana nei riguardi dell’Europa nel tradizionale documento dedicato ogni anno alla National Security Strategy: “U.S. Flips History by Casting Europe – Not Russia – as Villain in New Security Policy – An annual strategy document, which has described threats from China to Russia, now directs some of its harshest language at NATO allies”, documento in cui i Paesi europei vengono descritti come “declining powers” che hanno ceduto la loro sovranità alla UE e in cui si afferma che “the region could grow too weak to be reliable allies.”
E The New York Times [NYT] il 6 dicembre titolava il suo articolo di testa: Trump Has Long Disdained Europe’s Elites. Now, It’s Official – A new White House policy document formalizes President Trump’s long-held contempt for Europe’s leaders. It made clear that the continent now stands at a strategic crossroads”. Negli stessi giorni in cui una multa da 120 milioni di € comminata dalla UE alla X di Elon Musk per violazione della trasparenza (la prima multa nell’ambito del Digital Services Act) ha provocato violente reazioni da parte di Musk (che ha invocato lo scioglimento della UE), del vicepresidente Vance (“the EU should be supporting free speech not attacking American companies over garbage”) e del segretario di stato Marco Rubio (“The European Commission’s $140 million fine isn’t just an attack on @X, it’s an attack on all American tech platforms and the American people by foreign governments.”).
Reazioni che fanno prevedere momenti tempestosi nel prossimo futuro, con la piena entrata in funzione delle due regolamentazioni approvate dalla UE nella scorsa legislatura – il DMA-Digital Markets Act a fianco del DSA-Digital Services Act – e sostanzialmente volte a ridimensionare i poteri delle Big Tech.



A cura di

Umberto Bertelè
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