Green Deal europeo e dimensione sociale in breve

  • Il Green Deal europeo è stato uno degli assi politici più ambiziosi degli ultimi decenni: un piano organico per contenere il cambiamento climatico e ridisegnare il modello produttivo del continente. Eppure, in pochi anni, ha perso consenso, alimentato resistenze e subito una deregulation significativa
  • Il meccanismo alla base di questa crisi è paradossale: le persone che più avrebbero avuto da guadagnare da una transizione verde sono quelle che più si sono opposte. Contrastare il cambiamento climatico è un atto di giustizia sociale, ma questa connessione non è mai stata comunicata né presidiata con sufficiente chiarezza.
  • Nel 2025 la Commissione Europea ha promosso 14 iniziative particolarmente rilevanti su Innovazione Digitale e Sostenibilità. Sul fronte ESG, il pacchetto Omnibus I ha ridotto il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione previsti dalla CSRD e dalla CSDDD, mentre la sospensione della Green Claims Directive ha attenuato le misure preventive contro il greenwashing.
  • Secondo la ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable della School of Management del Politecnico di Milano, il 78% delle imprese italiane investe in modo significativo sia nel digitale sia nella sostenibilità, e in oltre nove casi su dieci i progetti ESG vengono approvati dal top management. Eppure, il 2025 è stato il primo anno in cui si è registrata una riduzione degli investimenti nei fondi ESG a livello globale, complici greenwashing, aspettative di rendimento disattese e contesto geopolitico.

Questo articolo analizza perché il Green Deal europeo ha trascurato la dimensione sociale, come questo errore politico abbia alimentato la deregulation ESG e cosa significa per le imprese navigare un contesto normativo in rapido cambiamento. Le evidenze riportate si basano sulla ricerca dell’Osservatorio Digital & Sustainable, punto di riferimento in Italia per l’analisi della sinergia tra Innovazione Digitale e Sostenibilità nelle imprese.

Perché il Green Deal europeo ha perso il consenso dei cittadini

Negli ultimi mesi la narrazione dominante sulla perdita del consenso relativo al Green Deal si è sviluppata sulla base di diverse critiche, ma una delle più ricorrenti e condivise, soprattutto dalle imprese, riguarda la pressione normativa, considerata eccessiva e responsabile quindi di una perdita di competitività. Si tratta di una lettura parzialmente vera, ma profondamente incompleta.

Durante il convegno “Digitale e Sostenibilità: una scelta oltre il conformismo“, Mario Calderini, professore ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano, ha proposto una chiave di lettura diversa: “Il processo di deregulation ha una motivazione politica profonda: il Green Deal – un asse politico sacrosanto, di azione volta al contenimento degli effetti del cambiamento climatico – si è dimenticato clamorosamente della dimensione sociale. Una parte consistente della società europea non capiva più quale fosse il dividendo sociale che le spettava. Abbiamo così realizzato il miracolo al contrario: i cittadini europei che avrebbero avuto più da guadagnare dal contrasto al cambiamento climatico – perché è un atto di giustizia sociale, dato che sono i più deboli a pagarne le conseguenze – sono quelli che più si sono opposti, regalando consenso elettorale a un populismo conservatore che ha poi portato alla deregulation. Credo che all’origine ci sia un errore politico importante: non aver capito che ci sono due transizioni fortemente concatenate. Se non ci occupiamo anche della transizione sociale, la transizione verde si arresta. Ed è esattamente quello che è successo.”

Quale paradosso ha prodotto l’assenza della dimensione sociale

Il paradosso alla base del calo di consenso nei confronti del Green Deal fa riflettere: le persone che più avrebbero avuto da guadagnare da una transizione verde sono quelle che più si sono opposte. Contrastare il cambiamento climatico è, prima di tutto, un atto di giustizia sociale, perché sono i più deboli, ovvero quelli con meno risorse per adattarsi, a patirne le conseguenze più severe.

Eppure, proprio quelle fasce di popolazione hanno finito per esprimere un consenso elettorale verso un populismo conservatore che ha poi guidato la deregulation. Calderini lo ha descritto come “il miracolo al contrario”: una transizione che avrebbe dovuto ridurre le disuguaglianze si è trasformata in un progetto percepito come elitario, lontano dai bisogni reali delle persone.

L’errore non era nella direzione di marcia, ma nell’aver ignorato che due transizioni, quella verde e quella sociale, fortemente concatenate.

Come si è trasformato il quadro normativo europeo sulla sostenibilità

Le conseguenze politiche di questa frattura si leggono chiaramente nelle scelte regolative più recenti.

Secondo i dati dell’Osservatorio Digital & Sustainable, nel 2025 la Commissione Europea ha promosso 14 iniziative particolarmente rilevanti su innovazione digitale e sostenibilità: 9 sul digitale, di cui 7 legislative e 2 piani strategici, e 5 sulla sostenibilità, tutte di natura legislativa.

La direzione è asimmetrica. Sul fronte digitale si lavora per costruire un ecosistema tecnologico europeo più integrato e competitivo, rafforzando la sovranità tecnologica e armonizzando le normative tra gli Stati membri. Sul fronte della sostenibilità, invece, il quadro mostra segnali di rallentamento.

Circa la metà delle 14 iniziative rivede misure già esistenti, e tra queste spicca il pacchetto Omnibus I, che ha ridotto significativamente il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione previsti dalla CSRD e dalla CSDDD. Parallelamente, la sospensione della Green Claims Directive ha attenuato le misure preventive contro il greenwashing, con possibili effetti sulla trasparenza verso i consumatori.

La deregulation ESG è davvero la soluzione al problema della competitività europea?

Su questo punto Calderini è stato netto: illudersi che il problema della competitività europea dipendesse dall’eccesso di sostenibilità è illusorio. Rimuovere gli obblighi normativi non risolverà il divario competitivo con gli Stati Uniti o con la Cina. Semmai, rischia di privare le imprese europee di uno stimolo all’innovazione che, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi un vantaggio.

Il processo di deregulation era in parte necessario, perché la regolazione europea era effettivamente andata oltre in alcuni ambiti, creando complessità burocratica senza proporzionale ritorno in termini di impatto reale. Ma il rischio concreto è che alcune imprese interpretino l’allentamento normativo come un via libera per abbandonare percorsi di sostenibilità già avviati, invece di usare questa maggiore flessibilità per concentrarsi sulle pratiche che generano valore reale.

Il 2025 è stato il primo anno in cui si è assistito a una riduzione degli investimenti nei fondi ESG, complici il greenwashing, le aspettative di rendimento disattese e il contesto geopolitico. Un segnale che la credibilità dell’intera agenda è sotto pressione.

Cosa significa tutto questo per la strategia ESG delle imprese

Le imprese che hanno costruito la propria strategia di sostenibilità su basi solide, non solo per rispondere a obblighi normativi, ma per integrare la sostenibilità nel proprio modello di business, sono quelle che stanno attraversando questa fase con maggiore stabilità.

I dati dell’Osservatorio Digital & Sustainable mostrano che il 78% delle imprese italiane investe in modo significativo sia nel digitale che nella sostenibilità, e che in oltre nove casi su dieci i progetti legati a queste aree vengono approvati e sostenuti direttamente dal top management. Un segnale che la sostenibilità ha raggiunto un presidio strategico reale nelle organizzazioni più avanzate, indipendentemente dall’umore normativo del momento.

Il messaggio per i manager è duplice: da un lato, non confondere la semplificazione normativa con la riduzione dell’importanza strategica della sostenibilità; dall’altro, cogliere questa fase di consolidamento per fare esattamente ciò che il Green Deal non ha fatto: integrare con serietà la dimensione sociale accanto a quella ambientale.

La sostenibilità sociale sarà il vero tema di management dei prossimi anni: più complessa di quella ambientale, più difficile da monetizzare nel breve periodo, ma decisiva per costruire un vantaggio competitivo duraturo e un consenso sociale che questa volta non si perda per strada.

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