“Guida autonoma, completare il percorso normativo nel nuovo codice della strada. In gioco 6 miliardi di euro di benefici per l’Italia”

Comunicato stampa Ottobre 2026

Milano, 19 ottobre 2026 – “Riconoscere la guida automatizzata nel Codice della strada non è sufficiente se la possibilità di impiegarla senza conducente a bordo resta subordinata a ulteriori passaggi normativi. È necessario completare il percorso di legge, per rendere concretamente possibile lo sviluppo di questi servizi, che rappresentano un’opportunità per la sicurezza stradale, la sostenibilità e la valorizzazione delle competenze italiane”.  È l’opinione di Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio European Autonomous Driving del Politecnico di Milano, sulle novità del Codice della strada rivisto dal decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri del 13 ottobre, che ha introdotto una disciplina specifica per la guida automatizzata.

L’articolo 87, infatti, prevede due fasi per la guida autonoma, al di fuori delle sperimentazioni: una iniziale con un “controllore” presente, pronto ad assumere la guida in emergenza; una successiva in cui la supervisione anche da remoto sarà possibile, quando acquisterà efficacia il successivo decreto richiamato dal testo. Il controllore è equiparato al conducente ai fini del Codice e, nella seconda fase, resta responsabile della circolazione anche in modalità completamente automatizzata.

Secondo l’Osservatorio European Autonomous Driving, il riconoscimento alla guida automatizzata nel Codice della Strada è importante, ma non ancora sufficiente. “Si tratta di un avanzamento positivo, che deve però tradursi in condizioni concretamente utilizzabili da chi sviluppa tecnologie e servizi – spiega Salvadori -. Il punto non riguarda soltanto la disponibilità della tecnologia, ma anche la sostenibilità economica dei servizi. Mantenere una persona a bordo di ogni veicolo, infatti, può limitare una parte rilevante dei vantaggi organizzativi ed economici dell’automazione, ostacolando la possibilità di offrire servizi più accessibili e diffusi. La stessa relazione tecnica dello schema precisa che gli oneri relativi alla presenza del controllore ricadono sui soggetti interessati”.

A questa criticità si affianca il tema delle responsabilità. “Occorre definire un assetto coerente con le funzioni effettivamente svolte dal sistema automatizzato, dal supervisore e dagli altri soggetti coinvolti –, evitando che l’incertezza freni investimenti e applicazioni – prosegue il Direttore dell’Osservatorio Autonomous Driving -. La sicurezza deve restare il presupposto dello sviluppo, attraverso requisiti verificabili, condizioni d’impiego definite e procedure autorizzative trasparenti”.

I benefici della guida autonoma

L’Osservatorio European Autonomous Driving stima benefici socioeconomici derivanti dall’introduzione della guida autonoma in Italia per i servizi di robotaxi e robosharing fino a 6,1 miliardi di euro di costi sociali evitati nel periodo tra il 2028 e il 2050, quantificando la riduzione attesa di incidenti ed emissioni locali e il corrispondente costo sociale evitato. Il primo effetto diretto riguarda la progressiva sostituzione delle flotte professionali tradizionali, come taxi e car sharing, con veicoli a guida autonoma. Nello scenario analizzato, l’impiego di queste tecnologie potrebbe ridurre fino al 70% il tasso di feriti per chilometro percorso, mentre un utilizzo più intensivo dei mezzi consentirebbe di soddisfare la stessa domanda di mobilità con flotte significativamente più contenute. La combinazione di questi fattori potrebbe determinare fino al 90% di feriti in meno nei servizi di mobilità professionale, con circa 3.000 feriti evitati e un beneficio economico cumulativo di 168 milioni di euro nel periodo 2028–2050.

Ma beneficio più rilevante sarebbe indiretto, legato al cambiamento delle abitudini di mobilità e alla riduzione del possesso di automobili private, in primis le seconde auto. Man mano che i servizi diventano più efficienti e le tariffe scendono, una quota crescente di famiglie potrebbe trovare meno conveniente mantenere una seconda automobile. Nel modello, una tariffa intorno a 1,5 euro al chilometro rappresenta una soglia di convenienza rispetto all’auto privata. Su un parco urbano di 18 milioni di veicoli, potrebbe portare a circa 900.000 auto private in meno, 100.000 feriti evitati e 41.000 tonnellate di emissioni locali in meno, con un costo sociale evitato di circa 5,9 miliardi di euro.

L’interesse degli italiani

I dati dell’Osservatorio European Autonomous Driving sulla percezione dei cittadini mostrano un’apertura verso questa tecnologia. Secondo la survey realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa nel 2026, il 54% degli intervistati utilizzerebbe un’auto a guida autonoma. Le preferenze riguardano soprattutto gli spostamenti ripetitivi, come la tratta casa-lavoro (23%), e i tragitti urbani in condizioni di traffico intenso (21%). Restano alcune resistenze, legate principalmente al timore di perdere il controllo della vettura (40%) e alla scarsa fiducia nella tecnologia (33%). Un interesse che va accompagnato da prove di utilizzo sul campo, requisiti di sicurezza rigorosi e informazioni chiare sulle possibilità e sui limiti dei servizi, costruendo le condizioni per un’adozione consapevole.

Le opportunità industriali

Lo sviluppo della guida autonoma rappresenta anche un’opportunità per valorizzare le competenze tecnologiche, ingegneristiche e industriali italiane, creando le condizioni perché la ricerca si traduca in nuovi servizi, investimenti e occupazione qualificata. Esperienze come quella di Niulinx, azienda italiana spin-off del Politecnico di Milano, impegnata nello sviluppo di soluzioni per la guida autonoma, sono un esempio del patrimonio di innovazione che il Paese deve mettere nelle condizioni di crescere.

“La sfida è creare continuità tra ricerca, sperimentazione e applicazione industriale, consentendo alle imprese di sviluppare le proprie tecnologie e di portarle sul mercato anche in Italia – dice Salvadori -. Il valore da generare nel Paese non riguarda soltanto la progettazione della tecnologia, ma la sua validazione, l’integrazione nei veicoli, la gestione delle flotte e lo sviluppo dei servizi. È lungo questo percorso che possono nascere opportunità per università, imprese tecnologiche, componentistica e operatori della mobilità. In assenza di un quadro normativo chiaro, il rischio è che competenze e soluzioni sviluppate in Italia trovino opportunità applicative soprattutto all’estero, insieme agli investimenti e alle attività necessarie per trasformarle in servizi”.

Le opportunità per la filiera della ricarica elettrica

La diffusione di servizi basati su flotte autonome elettriche inoltre potrebbe rappresentare un acceleratore per lo sviluppo dell’ecosistema italiano della ricarica, aprendo opportunità per operatori delle infrastrutture, imprese energetiche e fornitori di tecnologie. “Flotte caratterizzate da un utilizzo intensivo richiedono una gestione dell’energia strettamente coordinata con la disponibilità dei veicoli e le esigenze del servizio – analizza Salvadori -. La crescita di questi modelli di mobilità potrebbe generare una domanda di ricarica più ampia e specializzata, favorendo investimenti in nuove colonnine, ma anche in sistemi di gestione sempre più evoluti”.

In questa prospettiva, potrebbero svilupparsi hub di ricarica dedicati alle flotte autonome, con infrastrutture dimensionate sulle esigenze operative, sistemi intelligenti di gestione della potenza e soluzioni automatizzate capaci di contenere i tempi di fermo dei veicoli. Un’ulteriore opportunità riguarda i sistemi di battery swapping, per sostituire una batteria scarica con una già carica in pochi minuti, che potrebbero contribuire a migliorare la continuità operativa delle flotte e a sviluppare nuovi modelli di servizio.

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