È noto che nel panorama tecnologico globale, alcune aziende si impongono come leader assoluti del settore. In questo articolo, il quadro sarà arricchito con alcune informazioni sulle due startup – Anthropic e OpenAI – di maggior valore e prossime all’IPO e sulle imprese cinesi ritenute le loro maggiori concorrenti.

Nonché, anche se molto distanziate, su alcuni successi di tech startup europee: quali in primo luogo l’inconsueto IPO al Nasdaq dell’italiana Bending Spoons.

Le classifiche per capitalizzazione, utile e ricavi

Tre le classifiche riportate nel seguito, tutte relative alle sole imprese quotate:

  • la prima (Tab. 1) elenca le prime 23 imprese tech per market cap – capitalizzazione – a livello globale, comprese fra le top 50 in termini assoluti;
  • la seconda (Tab. 2) elenca le prime 19 imprese tech per earnings – EBT (utile prima delle tasse) per la maggior parte di esse e EBIT (utile prima degli interessi e delle tasse) per le restanti – a livello globale, comprese fra le top 50 in termini assoluti;
  • la terza (Tab. 3) elenca le prime 12 imprese tech per revenue – ricavi – a livello globale, comprese fra le top 50 in termini assoluti.

Mentre i dati di market cap sono relativi a una data precisa, il 17 luglio, quelli relativi a earnings e revenue sono annui, in gergo TTM-Trailing Twelve Months, calcolati sommando i valori comunicati in occasione delle presentazioni delle ultime 4 trimestrali antecedenti il 17 luglio.

Le imprese tech – la maggior parte delle quali legate all’AI – dominano la classifica globale per market cap

Guardando alla prima delle tre classifiche, quella per market cap, in un mercato reso nervoso e volatile dagli altissimi valori in gioco e dalle incertezze sul futuro dell’AI, è impressionante notare che sono tech le prime top 7 imprese in termini assoluti a livello globale (tutte con una capitalizzazione superiore a 1,7 trilioni di $), 11 delle prime 12 (con una capitalizzazione superiore a 1,7 trilioni di $), 15 delle prime 20 e 21 delle prime 30.

Quattro imprese in particolare hanno alternativamente occupato le posizioni di vertice negli ultimi due anni:

  • Nvidia, 5,5 trilioni di $ il picco di market cap (la cifra più alta di tutti i tempi) raggiunto a maggio, che come ha commentato il 17 luglio WSJ “was the darling of Wall Street for the past year as chip scarcity drove an unprecedented premium on hardware and tech giants scrambled for its products; but its stock has proved volatile amid doubts that the AI build-out can continue at last year’s pace”;
  • Apple, in pieno recupero dopo essere stata spesso penalizzata dal mercato perché l’unica fra le Big Five a non essere una hyperscaler, di cui WSJ dice “Apple has shown a steadier upward trajectory, driven by investor confidence that its dominant consumer position can solve most problems. It may have lagged behind in AI, but that hasn’t prompted iPhone users to switch to Android devices. And Apple may be catching up with the new Siri AI coming this fall. The company’s stock has risen roughly 57.8% over the past year”;
  • Alphabet-Google, protagonista di una grande crescita negli ultimi mesi del 2025 che l’ha portata recentemente a occupare per qualche tempo la seconda posizione alle spalle di Nvidia, superando i 4,5 trilioni di market cap;
  • Microsoft, ora quarta con una market cap inferiore (anche se di poco) ai 3 trilioni, che è stata – nonostante il livello molto elevato dell’utile – l’impresa che ha più perso in termini relativi rispetto a un anno fa, quando era seconda alle spalle di Nvidia a “soli” 0,3 trilioni di distanza (dopo averle in precedenza ceduto il primo posto), valeva mezzo trilione più di Apple e un trilione e mezzo più della “nemica storica” Alphabet-Google. Le prime 5 imprese messe insieme, includendo anche
  • Amazon, capitalizzano come accennato in precedenza 19,62 trilioni di $: una cifra – per avere un ordine di grandezza – equivalente a ben il 60 per cento del PIL statunitense.
  • SpaceX, la new entry che fa capo insieme con Tesla a Elon Musk e che a inizio anno ha incorporato xAI, occupa ora la decima posizione con un po’ più di 1,6 trilioni di capitalizzazione: oltre 1 trilione in meno (Fig. 16) rispetto al massimo raggiunto con il clamoroso successo dell’IPO e con la crescita post-quotazione che l’aveva portata addirittura al temporaneo superamento intraday di Amazon (“SpaceX sell-off wipes $1tn from Elon Musk’s rocket group – Stock trades below $135 for first time since AI and space conglomerate’s Wall Street debut in June”, FT, 15 luglio). Anche se in discesa, comunque, la valutazione rimane estremamente alta se rapportata al livello dei ricavi che nel 2025 sono stati inferiori a 20 miliardi di $ con una perdita prossima ai

È sempre più visibile la presenza fra le tech di maggior valore delle imprese operanti nell’hardware, proiettate dagli investimenti in infrastrutture AI a livelli prima impensabili: ultime ad avere una crescita clamorosa – anche se seguita da qualche severa correzione – le “big 3” operanti nelle memorie: Samsung, ora dodicesima in assoluto, era a metà dello scorso anno solo trentaquattresima, mentre Micron Technologies e l’altra sudcoreana SK Hynix, ora rispettivamente al quindicesimo e al diciottesimo posto in termini assoluti, non apparivano nemmeno fra le top 50.

Nella Tab.1 sono arbitrariamente – ma significativamente – inserite anche, con la valutazione post-money ricevuta in occasione del loro più recente aumento di capitale, le due AI startup – Anthropic e OpenAI – che dovrebbero procedere, nel corso di quest’anno o nel prossimo, a un IPO.

Semprechè il mercato, turbato dalla caduta post-IPO di SpaceX e dall’apparizione sulla scena di startup cinesi con prestazioni molto competitive (“Chinese AI start-up Moonshot launches model challenging Anthropic’s lead – Kimi K3 shows narrowing gap between US and China on frontier AI”, FT, 17 luglio), permetta loro di quotarsi ai livelli (superiori al trilione di $) che sino a poco tempo fa apparivano quasi certi.

Le imprese tech ai vertici della classifica per market cap lo sono anche, ma in ordine diverso, in quella per earnings

Nella classifica per earnings, come detto non del tutto omogenea (per le tre imprese con il valore segnato in rosso l’utile [EBIT], a differenza delle altre [EBT], è al lordo non solo delle tasse ma anche degli interessi), la sorpresa è che Saudi Aramco, operante come noto nell’oil&gas, non occupi più – come sempre in precedenza sin dal suo IPO – la prima posizione. Ma, con la guerra fra US e Iran ancora in corso (anzi in riaccelerazione) al momento della scrittura di questo testo, l’incertezza sul futuro andamento dei prezzi regna sovrana.

È Alphabet-Google ora prima, con altre 5 tech (tra cui le hyperscalers Microsoft, Amazon e Meta) che occupano le

posizioni alle spalle di Saudi Aramco. L’incognita per i prossimi anni, quando gli ammortamenti dei grandi investimenti infrastrutturali diverranno (trucchi contabili permettendo) sempre più visibili, è se le hyperscalers riusciranno a mantenere le loro posizioni, negli earnings in primo luogo e nelle capitalizzazioni.

Sono poche le imprese tech fra le top 50 per revenue, ma le prime tra esse hanno posizioni di rilievo

La classifica per revenue è quella che nel complesso vede meno imprese tech fra le top 50 e che ne vedrebbe molte di meno se la classifica fosse estesa alle non quotate. Ma vi sono almeno tre imprese, e allargando un po’ le maglie quattro, in posizioni molto significative.

  • Amazon, prossima ai 750 miliardi di $ di ricavi, è riuscita dopo un inseguimento durato decenni – con la crescita del suoi data center e del suo cloud in generale – a strappare il primo posto per ricavi a Walmart, nonostante quest’ultima occupi ora la seconda posizione per vendite online negli US. Essa rimane invece alle spalle di Walmart per numero di addetti: poco più di 1,5 milioni contro 2,1.
  • Apple, forte della vastissima rete di clienti che fruiscono dei suoi servizi e dell’ininterrotto successo dell’iPhone, è terza con poco più di 450 miliardi di ricavi. Può essere interessante notare come Apple abbia solo 150mila addetti, un decimo circa rispetto ad Amazon a fronte di ricavi pari a oltre la metà: la spiegazione sta ovviamente nel diverso grado di integrazione verticale, nella fattispecie nel ricorso estremamente consistente di Apple a imprese asiatiche quali Foxconn per il manufacturing dei suoi prodotti.

La crescita delle tensioni geopolitiche da un lato e la sempre più insistente richiesta di Trump alle grandi imprese di riportare le produzioni in patria, con tutti i problemi che questo comporta in termini di costi ma anche di carenze qualitative e quantitative nelle filiere produttive statunitensi, rischia di mettere sempre più in crisi un business model per decenni di grande successo.

  • Con soli 30 miliardi di ricavi meno di Apple, Alphabet-Google è settima: alle spalle anche di due imprese operanti nell’oil&gas e di una nel comparto assicurativo.
  • Più lontana Microsoft, sedicesima, ma comunque con quasi 320 miliardi di ricavi.

In gara per diventare le Big Tech del futuro: le principali tech startup

La Tab. 4 riporta la lista delle tech startup con la valutazione più elevata, che vede ai primi due posti Anthropic (che nel 2025 è riuscito per la prima volta a sopravanzare OpenAI) e OpenAI.

La Fig. 17 vuole fornire una visione delle dimensioni dei primi 30 unicorni (termine che indica una valutazione superiore al miliardo di $), a prescindere dai settori in cui operano. Come appare dalle note in calce alla Tab. 4, i servizi finanziari (sviluppatisi con l’avvento di Internet) – con Stripe, Ant e Revolut – sono i più rappresentati, ma con livelli di valutazione nettamente inferiori. Intermedia al momento la posizione di ByteDance, che risente anche del fatto di essere la parent company di Tik Tok, spesso al limite di essere bandita con l’accusa di spionaggio al servizio del governo cinese.

Anthropic e OpenAI: le due AI startup più famose in perenne lotta fra loro, alla ricerca di una posizione dominante nella filiera dell’AI, sotto il crescente attacco di startup e imprese consolidate cinesi

OpenAI, fondata come non-profit a dicembre 2015 (con Sam Altman e Elon Musk fra i promotori e Peter Thiel e AWSAmazon Web Services tra i diversi investitori), è stata per circa tre anni – dal lancio pubblico di ChatGPT – l’impresasimbolo dell’AI.

Un periodo in cui

  • ha accresciuto enormemente la diffusione di ChatGPT e dei modelli successivi, ma puntando più ai numeri del mercato consumer (poco remunerativo per la bassa percentuale di utilizzatori paganti) che ai ritorni del mercato corporate;
  • si è progressivamente liberata della tutela di Microsoft, che – con gli oltre 13 miliardi conferiti a partire dal 2019 – ne aveva reso possibile il decollo in cambio ovviamente di garanzie sui diritti di utilizzo futuro;
  • ritenendo necessario disporre di una propria rete di data center, per non dipendere da quelle delle hyperscaler per la messa a punto dei suoi modelli AI e per l’accesso ad essi (inference) dei suoi clienti, ha stretto una serie di accordi – spesso incestuosi – con le imprese in grado di costruire i data center e/o di fornire i chip, assumendo impegni di spesa che lo scorso anno si diceva fossero prossimi a 1,5 miliardi di $ (ma alcuni dei progetti sono stati ora accantonati);
  • è tra le startup quella (Tab. 4) che, pur essendo al secondo posto per post money value (come visto 852 miliardi di $), è prima per total equity funding (ben 181 miliardi di $);
  • continuando ad avere un livello di ricavi estremamente basso, nonostante lo sforzo di aumentare la presenza nel comparto corporate sulle tracce di Anthropic, non ritiene di poter raggiungere il pareggio di bilancio prima della fine del decennio.

Più ancora che del problema del pareggio di bilancio, OpenAI sembra soffrire ora dell’appannamento della sua immagine come impresa-simbolo dell’AI: è Anthropic, fondata nel 2021 da un gruppo di fuorusciti e considerata sino alla fine dello scorso anno come una sorta di underdog di OpenAI stessa, che appare aver preso il suo posto sia nella classifica per post money value (962 miliardi di $) sia nell’immaginario collettivo, anche a seguito dello scontro con l’amministrazione Trump sull’utilizzo dei suoi modelli in guerra, per cui ha rischiato di essere messa completamente al bando.

Sam Altman appare ora voler rinviare al 2027 l’IPO, anche per evitare un confronto diretto con il più probabile IPO

di Anthropic (“OpenAI Leans Toward Waiting Until Next Year for IPO – The AI company’s advisers are pushing its

chief executive, Sam Altman, to move slowly after SpaceX’s stock has been volatile and as the start-up grapples with

financial challenges”, The New York Times, 25 giugno). E allo stesso tempo cerca l’appoggio di Trump, come noto desideroso di vedere lo Stato entrare nel capitale delle grandi imprese (come avvenuto con Intel), non solo offrendo una quota di OpenAI ma sostenendo la tesi che tutte le imprese operanti nell’AI dovrebbero fare lo stesso: “The Socialist Temptation of Sam Altman – OpenAI considers a Faustian bargain with the U.S. government” il titolo di un articolo del 6 luglio che riportava l’Opinion dell’Editorial Board di WSJ; “OpenAI proposes handing Trump administration 5% stake – Sam Altman’s start-up in early talks for a public ownership deal as political pressure rises” la notizia in anteprima di FT del 2 luglio.

Nel frattempo si formalizza lo scontro con Apple che accusa OpenAI di aver sottratto dati segreti nel suo progetto di

mettere a punto un device – fondato sull’AI – in concorrenza con l’iPhone: “Apple Sues OpenAI, Alleging It Stole Trade

Secrets – Former Apple employees took confidential information to OpenAI to advance the AI company’s device efforts, Apple claims”, 10 luglio.

Il successo crescente di Anthropic, che vede il fondatore Dario Amodei – ex VP per la Ricerca di OpenAI – al potere

(affiancato dalla sorella anch’essa ex VP di OpenAI e cofondatrice), è chiaramente visibile dal fatto che i suoi ultimi modelli rappresentano il punto di riferimento e l’oggetto di confronto di tutti i modelli concorrenti che giungono sul mercato, la maggior parte dei quali ultimamente cinesi.

Tre i casi rilevanti nel mese e mezzo precedente la chiusura di questa Introduzione:

  • Zhipu, o Z.ai come viene anche chiamata, facente parte (come anche Moonshot) delle cosiddette “China’s 6 AI Tigers”, che presenta il 13 giugno il suo ultimo modello, dichiarando che è “a step closer to frontier intelligence for everyone”. Al momento della presentazione è il miglior modello cinese ed è accessibile a un prezzo che è pari a un decimo di quello del prodotto di punta di Anthropic Fable 5. Come per gli altri modelli cinesi sono stati resi pubblici i parametri che ne permettono il funzionamento. The Economist (“China is having another AI moment – A new model has narrowed the gap with America”, 21 giugno) commenta “With this new model, China is competing on ability, cost and openness. The offering looks both compelling and timely”.
  • Moonshot che mette sul mercato Kimi K3 (“Chinese AI startup Moonshot launches model challenging Anthropic’s lead – Kimi K3 shows narrowing gap between US and China on frontier AI”, FT, 17 luglio), che si ritiene riduca ulteriormente la distanza fra i modelli di frontiera AI statunitensi e cinesi;
  • Alibaba, che nel mettere sul mercato il suo nuovo modello, dichiara che è secondo nelle prestazioni solo a Fable 5, il modello più avanzato di Anthropic (“Alibaba Says New AI Model Is Just Second to Anthropic’s Fable 5 – It describes the new model as among the most powerful available today”, WSJ, 20 luglio).

Le caratteristiche dei modelli cinesi – in particolare la qualità delle prestazioni non lontana da quella dei modelli statunitense e la natura open a fronte di costi molto più bassi – spingono molte imprese sia statunitensi sia europee ad utilizzare i modelli cinesi (“Companies turn to Chinese AI models to cut costs – DoorDash, Siemens and Airbnb are among those seeking to curb ballooning bills and reduce reliance on US technology”, FT, 13 luglio) o ad adottare un approccio misto, che riserva l’uso dei modelli di frontiera statunitensi ai compiti più delicati e critici, mentre si avvale di quelli cinesi per tutto il resto.

L’interesse cinese ad assumere la leadership globale nell’AI e ad avere un ruolo maggiore nella regolamentazione dell’AI stessa è stato recentemente confermato dall’inconsueto intervento di Xi Jinping a una conferenza sull’AI tenuta a Shanghai, il giorno dopo che oltre 30 Paesi avevano formato una coalizione per dare alla Cina un maggior controllo sullo sviluppo dell’AI stessa: “Xi Jinping sets out China’s goal to be global AI leader – President calls for ‘positive’ use of technology as Beijing seeks to strengthen influence over standards”, FT, 17 luglio.

Qualcosa comincia a muoversi anche in Europa… e in Italia

Nello scontro fra imprese statunitensi e cinesi l’Europa gioca un ruolo marginale, ma qualcosa comincia fortunatamente a muoversi: anche se è la finanza statunitense che molto spesso permette alle startup europee di crescere, nella quasi assenza (come sottolineava il Rapporto Draghi) di una finanza europea in grado di assolvere – salvo qualche eccezione – a tale compito.

Revolut

Nel capitoletto dedicato alle tech startup, in particolare nella Tab. 4, appariva l’inglese Revolut: di gran lunga prima fra le europee per valutazione (75 miliardi di $) e operante con notevole successo nei servizi finanziari. Ma altre imprese si stanno mettendo in luce, anche se su livelli di valutazione molto più bassi, e l’ultimo mese (su cui

si concentrerà la nostra attenzione) è stato particolarmente ricco di eventi in questa direzione.

Banding Spoons

In primo luogo si è quotata al Nasdaq – fatto inconsueto – una impresa italiana, Banding Spoons, che ha gli headquarters a Milano e ha dichiarato che lì intende mantenerli. Il suo particolare business model – comprare imprese famose ai tempi della crescita di Internet (AOL forse la più nota), ma ora in difficoltà, per risanarle – e il fatto di essere italiana hanno destato una certa curiosità anche negli US e sulla grande stampa economica internazionale:

  • “The Company Reviving AOL, Vimeo and Other Internet Oldies Amid the AI Boom – Bending Spoons, an Italian company that buys aging internet companies, is going public this week at a potential value of $19 billion”, il titolo di un articolo di The New York Times del 30 giugno;
  • “Can Bending Spoons thrive as a listed company? A rare Italian software star uses the private-equity playbook” si è posto la domanda The Economist l’1 luglio, aggiungendo “Italy is home to just two unicorns, compared with 37 for Germany and 33 for France. At the end of the first day of trading, Bending Spoons’ market cap surged to $26bn, making it Italy’s most valuable tech firm”;
  • è stata poi la volta di FT di esprimere il suo apprezzamento: “How Bending Spoons built a $23bn tech empire from struggling brands – Nasdaq listing caps more than a decade of deals that transformed an Italian start-up into a global internet company”, 5 luglio.

Helsing

Di qualche giorno dopo l’annuncio del nuovo round di finanziamento per la tedesca Helsing, operante nella cosiddetta defence tech. Reuters, nel segnalare il fatto – “Europe’s Helsing raises $1.8 billion, valuing defence group at $18 billion”, 13 luglio – aggiunge “The funding comes as European governments accelerate investment in defence after Russia’s invasion of Ukraine highlighted the importance of real-time targeting and battlefield awareness. Founded in 2021, Helsing initially focused on artificial intelligence software designed to help analyse battlefield data before expanding into autonomous strike drones, underwater surveillance systems and military aircraft applications”.

Mistral

E il 21 luglio Mistral, la più famosa AI startup francese, ha annunciato un maxiaccordo con Microsoft. “Microsoft to fund Mistral’s European AI expansion in multibillion-dollar deal” il titolo dell’articolo di Reuters, che ha spiegato: “Microsoft has agreed to spend billions of dollars on Mistral’s computing infrastructure in Europe under a deal that will also expand distribution of the French AI startup’s technology through the U.S. cloud and software giant. As part of the agreement, Microsoft Azure customers will be able to develop software using Mistral’s data centers in France, giving Microsoft more capacity in Europe and giving regulated industries an alternative to US-controlled infrastructure”. Mistral nel frattempo, come annunciato da Bloomberg a metà giugno, sta definendo un nuovo finanziamento di circa 3 miliardi di € a una valutazione di circa 20 miliardi di € (quasi il doppio dell’attuale di 11,7 miliardi).

Tre casi interessanti in una fase storica in cui finalmente la UE, ma lo stesso vale per l’UK, comincia a rendersi conto del pericolo di essere marginalizzata nel nuovo ordine internazionale che si sta definendo e dei rischi sul piano della difesa nel caso di concretizzazione del disimpegno US nell’abito NATO. Molto interessante a tale proposito un documento approvatoil 9 luglio, messo a punto dal Permanent Representatives Committee del Council of the European Union, avente come oggetto “Common Understanding – The Threats and Challenges We Face: Assessment of the EU’s Strategic Environment”.

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