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Pubblicità e Gioco Online: un dibattito aperto

di Marco Planzi e Samuele Fraternali, Direttori Osservatorio Gioco Online

Pubblicità e Gioco Online: un dibattito aperto

Il Global Online Gambling Market Report di Research and Markets stima che il mercato del Gioco Online abbia raggiunto i 44 miliardi di spesa nel 2016 a livello mondiale, con potenzialità di crescita del 10% l’anno nei prossimi anni. Individuare cosa influenzi la crescita della spesa per il gioco online è un esercizio difficile e probabilmente sono molti i fattori che contribuiscono all’evoluzione globale del settore. Uno di questi è sicuramente la pubblicità.

 

Il rapporto tra pubblicità e gioco è uno dei temi maggiormente ricorrenti nel dibattito politico a livello globale, causa l’esistenza di due posizioni fortemente contrapposte. Da un lato le comunità mediche e le associazioni dei consumatori spingono a una forte limitazione con l’obiettivo di proteggere dall’esposizione al gioco le fasce di popolazione più a rischio, dall’altro le associazioni dei concessionari di gioco sottolineano la necessità di poter promuovere la propria attività, soprattutto in quei Paesi regolati da una normativa di settore.

 

La pubblicità ha un ruolo rilevante nel canalizzare l’attenzione dei consumatori. Ma vedere la pubblicità come un puro e semplice strumento di marketing è riduttivo. Per l’ecosistema del gioco legale e per lo Stato, diventa il modo attraverso il quale rendere di dominio pubblico l’esistenza di portali di gioco con concessione che gestiscono le proprie attività rispettando le normative a tutela del consumatore. Si tratta di uno dei meccanismi più efficaci per sfavorire quell’area grigia del gioco online, composta da operatori che raccolgono puntate al di fuori delle normative nazionali e che espongono i consumatori a una serie di rischi.

 

Tuttavia, la linea di confine è sottile. La promozione del “gioco responsabile”, infatti, è un dovere che viene portato avanti molto seriamente da tutti gli interessati, Authority, concessionari e associazioni. Una promozione, però, che - almeno quando viene veicolata nei canali di massa - potrebbe raggiungere persone vulnerabili, all’estremo persino i minorenni.

 

Tutti i principali Paesi con normative e regimi concessori all’avanguardia hanno introdotto forme di controllo della pubblicità. Ad esempio, in Italia, Inghilterra, Francia e Spagna sono in vigore misure che restringono l’orario e i canali su cui è possibile trasmettere pubblicità sul gioco in tv e radio. Inoltre, sono già espressamente vietate le pubblicità accostate a contenuti destinati esplicitamente ai minori sia sui media generalisti che su internet. Le sfumature applicative differiscono da Paese a Paese, vengono riviste periodicamente rispetto all’evoluzione tecnologica dei mezzi pubblicitari e tengono in considerazione aspetti culturali locali. In aggiunta, molti concessionari si dotano volontariamente di codici di condotta per la pubblicità, sviluppati a livello di associazione industriale, i cui contenuti sono ancora più dettagliati e tecnici delle raccomandazioni nazionali e definiscono in modo chiaro le linee guida da rispettare per ogni media.

 

Si tratta di misure fondamentali per controllare l’attività di marketing degli operatori. Misure che però non possono sfociare in un divieto assoluto. Infatti, se da un lato un divieto esteso eliminerebbe del tutto anche il più piccolo rischio di pubblicità indiscriminata da parte degli operatori legali, dall’altro renderebbe più difficile marcare nettamente la differenza con il circuito illegale. Si correrebbe, dunque, il rischio di favorire nuovamente proprio quegli operatori che raccolgono giocate al di fuori delle regole nazionali e che negli ultimi anni sono stati ridimensionati fortemente in tutti i Paesi che adottano regimi concessori. Almeno online, molti degli stessi spazi pubblicitari lasciati vuoti verrebbero rioccupati dal circuito illegale. Si tratterebbe di un tuffo nel passato non auspicabile, un passato nel quale i giocatori affidavano la propria tutela alla sola serietà degli stessi operatori o, nel migliore dei casi, ad Authority e normative estere talvolta piuttosto permissive e poco attente alla difesa dei consumatori.