Executive Briefing

Sanità digitale: non più miraggio, non ancora realtà

La sanità digitale vale 1,34 miliardi di euro.

L'innovazione avanza, ma ancora lentamente.

 

La Cartella Clinica Elettronica è la principale voce di investimento del 2015. Ancora ridotta la spesa per la Telemedicina.

 Cresce la conoscenza del Fascicolo Sanitario Elettronico, ma solo il 5% dei cittadini lo ha utilizzato e solo sei Regioni lo hanno già attivato.

II 24% degli utenti prenota online visite ed esami, il 15% consulta documenti clinici. Sono dematerializzate sette ricette mediche su dieci. Oltre metà dei Medici di Medicina Generale usa WhatsApp per comunicare con i pazienti.

Sanità digitale: non più miraggio, non ancora realtà

Milano, 4 maggio 2016 - In un contesto che vede una spesa sanitaria tra le più basse d’Europa (3.077 dollari per abitante contro i 3.453 della media europea, a pari capacità di spesa) e un costo reale destinato a crescere nel futuro, gli investimenti per la digitalizzazione della Sanità italiana nel 2015 si attestano a 1,34 miliardi di euro, pari all'1,2% della spesa sanitaria pubblica, circa 22 euro per abitante, mostrando una sostanziale stabilità rispetto al 2014 (1,37 miliardi di euro). Nel dettaglio, 930 milioni di euro sono stati spesi dalle strutture sanitarie, 320 milioni dalle Regioni, 70 milioni dai 47mila Medici di medicina Generale e 18 milioni direttamente dal Ministero della Salute. Se da un lato appare positiva la conferma del budget 2014, quando molti attori avevano dovuto effettuare investimenti per aggiornare e mettere a norma applicazioni e infrastrutture, dall'altro non si vede l'atteso recupero verso livelli di investimento confrontabili a quelli degli altri Paesi europei.

Il principale ambito di investimento delle aziende sanitarie è la Cartella Clinica Elettronica ma appaiono rilevanti per le direzioni strategiche anche i sistemi di gestione documentale e i servizi digitali al cittadino. Nel 2015 è stato dematerializzato il 40% dei referti e il 9% delle cartelle cliniche. Il 16% dei referti è stata consegnata online al cittadino mentre le prenotazioni e i pagamenti effettuati via web sono rispettivamente, il 12% e l’8% del totale. Segnali positivi arrivano dai cittadini, che hanno incrementato l’utilizzo di servizi sanitari online rispetto a quanto rilevato lo scorso anno. Raddoppia la quota di quelli che hanno sentito parlare del Fascicolo Sanitario Elettronico (32%), anche se solo il 5% lo ha realmente già utilizzato, considerando che al momento solo sei Regioni italiane hanno un FSE già attivo e operativo. Secondo Federfarma, il 72% delle ricette mediche è dematerializzato, in forte aumento rispetto al 26% di dicembre 2014. Sempre più Medici di Medicina Generale comunicano con i pazienti attraverso strumenti digitali e oggi nel 53% dei casi utilizzano WhatsApp per scambiare dati, immagini e informazioni.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano* (www.osservatori.net), presentata questa mattina a Milano al convegno “Sanità digitale: non più miraggio, non ancora realtà”.

“I primi risultati della 'Strategia per la crescita digitale 2014-2020' mostrano come la Sanità digitale in Italia non sia più un miraggio, ma un piano perseguibile che dà frutti concreti - afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. Tuttavia, la velocità di attuazione è ancora modesta e disomogenea, inadeguata rispetto alla portata e all’urgenza delle sfide in gioco. È necessario attuare la Sanità Digitale con una governance partecipata e responsabile ai diversi livelli: è auspicabile un ruolo centrale del Ministero e dell’Agenzia per l’Italia Digitale per fornire standard e linee guida secondo le scadenze temporali. Servono politiche regionali coerenti tra loro, in grado di guidare e supportare gli attori del sistema, fornendo competenze e servizi condivisi e premiando i comportamenti virtuosi. E sono necessari progetti coraggiosi di aziende sanitarie e operatori, superando la logica delle sperimentazioni”.

 

Gli ambiti di investimento - Il principale ambito su cui hanno investito le strutture sanitarie è la Cartella Clinica Elettronica (CCE), con una spesa di 64 milioni di euro (+10% rispetto al 2014), valore che nel 2016 dovrebbe aumentare per il 43% delle aziende del campione. Seguono i sistemi di front-end (61 milioni di euro budget), il Disaster Recovery e continuità operativa (48 milioni), la gestione amministrativa delle risorse umane (39 milioni), la gestione informatizzata dei farmaci (26 milioni). Rilevante è anche l'ambito dei sistemi di gestione documentale e di conservazione a norma, per il quale il 58% dei CIO prospetta aumenti nel 2016, a fronte di una spesa attuale di 24 milioni di euro. Il 40% dei CIO prevede incrementi di spesa nei servizi digitali al cittadino (oggi 19 milioni di euro).

“Appaiono, invece, ancora ridotti gli investimenti in soluzioni per l’integrazione ospedale-territorio, come i servizi di Telemedicina, le soluzioni ICT per la medicina sul territorio e l’assistenza domiciliare – spiega Paolo Locatelli, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità. Le differenze di priorità che emergono tra i diversi attori del sistema testimoniano quanto oggi sia importante lavorare non soltanto su una maggiore consapevolezza dell’importanza della Sanità digitale, ma anche su opportuni meccanismi di governance per allineare e rendere efficaci e sinergici gli investimenti”.

 

Il Fascicolo Sanitario Elettronico e i servizi digitali al cittadino - Il 32% dei cittadini italiani ha già sentito parlare del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), mentre il 23% sa di cosa si tratta e l'8% ha cercato informazioni a riguardo. Può sembrare una quota limitata, ma è doppia rispetto a un anno fa: un segnale positivo, che mostra i risultati degli sforzi di Governo e Regioni nella promozione del FSE. Sono ancora bassi però i livelli di utilizzo, perché solo il 5% dei cittadini ha effettivamente già usufruito il servizio. Lo rivela l'indagine realizzata dall’Osservatorio in collaborazione con Doxa su 1.000 cittadini, che ha analizzato il punto di vista della popolazione italiana sui servizi digitali in Sanità.

Ancora poche Regioni ad oggi hanno attivo il FSE: secondo i dati dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ad aprile 2016 sono solo Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana, Sardegna, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Trento, mentre in altre 11 è in via di implementazione. Campania, Calabria e Sicilia e Provincia Autonoma di Bolzano al momento non hanno avviato alcun progetto.

Tra i cittadini italiani si registra un boom nell’utilizzo di servizi sanitari online, in particolare nella popolazione di età compresa tra i 35 e i 54 anni, quella che, se da un lato inizia ad avere la necessità di accedere ai servizi sanitari, dall’altro è abituata all’utilizzo di internet nella vita quotidiana. Il servizio online più utilizzato dai cittadini è l’accesso alle informazioni sulle strutture sanitarie come reparti, orari, medici, effettuato già dal 26% dei cittadini italiani. Al primo posto si trova la prenotazione online di esami e visite, utilizzata dal 24% dei cittadini, con un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. I servizi per l'accesso e la consultazione dei documenti clinici e il pagamento delle prestazioni sanitarie sono utilizzati rispettivamente dal 15% e dal 14% dei pazienti (+88% e +180% rispetto a quanto rilevato nel 2015).

 

I Medici di base – Cittadini e medici di base comunicano sempre più attraverso canali digitali. Lo evidenzia la ricerca svolta dall'Osservatorio in collaborazione con FIMMG e Doxapharma su un campione di 656 Medici di Medicina Generale: oltre a email (utilizzata 83% dei medici) e sms (70%), il 53% dei medici di base utilizza WhatsApp (+33% rispetto al 2015), soprattutto perché “consente uno scambio efficace di dati, immagini e informazioni, permettendo di evitare una visita”. Tra i motivi addotti dai medici che non ne fanno utilizzo, invece, la paura che strumenti come WhatsApp finiscano con l’aumentare il carico di lavoro (49%) e creino possibili incomprensioni con il paziente (39%).

“Emerge un sempre maggiore avvicinamento dei cittadini ai servizi digitali per interagire con le strutture sanitarie e con i medici, con benefici rilevanti in termini di costi e qualità del servizio - afferma Paolo Locatelli, Responsabile scientifico dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. La sfida ora è di facilitare l’accesso a tutti i cittadini, in particolare quelli più fragili e anziani, meno abituati all’utilizzo dei canali digitali, ma al tempo stesso più bisognosi di servizi. Serve una Sanità multi-canale che consenta di migliorare e rendere più efficiente il sistema consentendo ai cittadini di accedere a informazioni e servizi sia attraverso siti web e App, sia attraverso sportelli self-service nelle strutture sanitarie, nelle farmacie e nei supermercati.

 

La digitalizzazione dei processi - Gran parte della spesa delle aziende sanitarie riguarda la digitalizzazione di processi clinico-sanitari e amministrativi: complessivamente nel 2015 gli investimenti in questi ambiti ammontano a 156 milioni di euro, tra Cartella Clinica Elettronica, dematerializzazione e conservazione a norma dei documenti, soluzioni di gestione amministrativa e risorse umane, business intelligence e supporto alla Clinical Governance. Nonostante questo, ci sono resistenze a uno sviluppo organico di queste soluzioni.

Sebbene il 78% delle aziende sanitarie adotti già soluzioni di consultazione di referti e immagini, e il 59% di order management per le prestazioni diagnostiche, spesso mancano le funzionalità di Cartella Clinica Elettronica per una migliore gestione del paziente. La gestione della farmacoterapia, ad esempio, è presente in modo diffuso solo nel 34% delle aziende, come la gestione clinica di ricovero tramite il diario medico/infermieristico. Solo il 43% delle aziende con una soluzione di CCE utilizza strumenti mobile per accedervi. Quasi tutti hanno sistemi per la gestione delle analisi di laboratorio (LIS) e della diagnostica per immagini (RIS/PACS), mentre sono meno diffuse le soluzioni per la gestione di sala operatoria (62%).

 

La Telemedicina - Le tecnologie digitali sono cruciali oggi per riorganizzare la rete assistenziale e le strutture sanitarie hanno aumentato gli investimento in soluzioni ICT a supporto dell’assistenza domiciliare e la medicina sul territorio, fino a raggiungere 20 milioni di euro di investimenti nel 2015 (+24% rispetto al 2014). Le soluzioni di Telemedicina più diffuse nelle strutture sanitarie sono il Tele-consulto, presente nel 34% delle aziende, le soluzioni di Tele-salute (14%). I Medici di Medicina Generale che utilizzano queste soluzioni sono solo il 4%, nonostante ci sia un forte interesse (68%).

L’85% dei Direttori Sanitari o Socio-Sanitari dichiara che in azienda sono attivi PDTA e che nel 79% dei casi questi coinvolgono altri attori esterni all’azienda, per lo più Medici di base (62%) e operatori di altre aziende (48%). I PDTA sono soprattutto in area oncologica, diabetologica, cardiologica e in quasi la metà dei casi sono definiti a livello aziendale. Ma sono ancora poco diffuse le soluzioni per lo scambio di informazioni con altri attori del processo di cura e assistenza attraverso PDTA informatizzati.

 

Gli ostacoli da superare e il ruolo dei diversi attori del SSN - Secondo le Direzioni Strategiche delle strutture sanitarie, la barriera più rilevante all'innovazione digitale in Sanità è costituita dalla scarsa disponibilità di risorse economiche (68%), poi dalla resistenza del personale a tecnologie che richiedano cambiamenti organizzativi e processi (50%) e dalla scarsa cultura digitale degli operatori sanitari (32%). Anche i Medici di Medicina Generale ritengono che la principale barriera siano le risorse economiche (54%), seguita dalla scarsa conoscenza delle potenzialità offerte dagli strumenti digitali nello svolgimento della professione (48%) e dalla scarsa cultura digitale dei medici stessi (45%).

Coerentemente, la principale azione che il 64% delle Direzioni si aspetta dal Governo è il sostegno nell’accesso ai finanziamenti, a cui segue la richiesta di definire standard (53%) e di semplificare le normative sulla gestione della privacy (52%). Alle Regioni, si chiedono risorse economiche (67%) e che vengano definiti obiettivi comuni e convergenti (39%) e linee guida (39%). Le Direzioni sono consapevoli che uno dei principali fattori trainanti sia la cultura digitale del personale (56%) e la familiarità nell’utilizzo delle soluzioni digitali (44%).

“Se il ruolo del Governo deve essere quindi quello di normatore e regolatore, spetta alle Regioni un ruolo di indirizzo e di promozione dell’innovazione digitale - conclude Mariano Corso - con obiettivi chiari e comuni e con l’offerta di servizi condivisi alle aziende sanitarie, per consentire di mettere in pratica i piani della Sanità digitale definiti dal Governo. Compete, invece, ai CIO, in collaborazione con gli attori dell’offerta ICT, il ruolo di 'evangelisti' del digitale in azienda, facendo comprendere alle Direzioni Strategiche e al personale i benefici dell’innovazione digitale, a fronte di investimenti sempre più necessari. Solo quando tutti gli attori del Sistema Sanitario saranno in grado di ricoprire in modo responsabile e coerente il proprio ruolo, dandosi obiettivi precisi e ambiziosi, la Sanità digitale potrà diventare finalmente realtà”.

*L'edizione 2015-2016 dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità è realizzata con il supporto di Artexe, CSC Italia, Doxapharma, Engineering, Insiel Mercato, Microsoft, Noemalife, Philips, Ricoh, Santer Reply, Wolters Kluwer; Fujifilm, Hitachi Systems CBT, InterSystems, Medas, OSLO, Vree Health Italia (Gruppo MSD) e con il patrocinio di AISIS, ARIS, CDTI, Federfarma, Federsanità ANCI, FIASO, FIMMG, FISM, Ministero della Salute, Provincia Autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento, Regione Calabria, Regione Emilia-Romagna, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Regione Molise, Regione Puglia, Regione Autonoma Valle d'Aosta, Regione del Veneto, SIT.

 

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La School of Management del Politecnico di Milano, costituita nel 2003, accoglie le molteplici attività di ricerca, formazione e alta consulenza, nel campo dell’economia, del management e dell’industrial engineering, che il Politecnico porta avanti attraverso le sue diverse strutture interne e consortili. La Scuola ha ricevuto nel 2007 il prestigioso accreditamento EQUIS. Dal 2009 è nella classifica del Financial Times delle migliori Business School d’Europa. Nel Marzo 2013 ha ottenuto il prestigioso accreditamento internazionale da AMBA per i programmi MBA e Executive MBA. Dal 2014, la Scuola è membro di UniCON, PRME e Cladea. La Scuola può contare su un corpo docente di più di duecento tra professori, ricercatori, tutor e staff e ogni anno vede oltre seicento matricole entrare nel programma undergraduate. Fanno parte della Scuola: il Dipartimento di Ingegneria Gestionale e MIP Graduate School of Business che, in particolare, si focalizza sulla formazione executive e sui programmi Master.

 

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